Un sala gremita di folla, rigorosamente silenziosa e commossa,  ha ascoltato questa mattina, all’inaugurazione del Salone del Libro 2019 di Torino, le parole di Halina Birenbaum scrittrice novantenne, nata a Varsavia, nel 1929, testimone vivente dell’Olocausto. Una testimonianza che rischiava di non poter essere ascoltata se la casa editrice Altaforte, vicina a Casapound, non fosse stata allontanata dalla kermesse torinese. «Ho sofferto troppo per stare con persone che propagano idee per le quali ho perso la mia famiglia e la mia stessa infanzia».

«Avevo dieci anni quando il 1° settembre del 1939 la Germania invase la Polonia. I miei occhi di bambina videro Varsavia bombardata, case bruciate, macerie in strada e città in fiamme. Gli ebrei non avevano diritto di vivere, una vera e propria  sentenza di morte era stata emessa dai nazisti».

«Sono cresciuta vedendo fame e cadaveri, freddo e la morte. Nella Pasqua del 43, la sconfitta di Stalingrado diede speranze di sopravvivenza e invece ci trovarono e ci catturano caricandoci su un treno. Centinaia di persone in un solo vagone. Mancava l’aria. Un escamotage per farci soffocare già durante il viaggio. Le persone svenivano una sull’altra, finchè arrivammo al  campo di Majdanek. Ci spogliarono e ordinarono di metterci a coppie. Avevo 13 anni anche se ne dichiarai 17, in quel campo non volevano bambine. Ci fecero entrare nel bagno, io ne uscii viva, mia madre no. Fu portata nelle camere a gas».

«Dopo un paio di mesi ci portarono da Majdanek ad Auschwitz, 30 ore di viaggio durante le quali  era vietato anche solo stendere le gambe, a chi ci provò fu tolta la vita. per due anni mi misero a lavorare, selezionavo le cose migliori da impacchettare e mandare in Germania, vestiti di uomini, di donne e bambini, oggetti riutilizzabili. Fuori solo il fumo delle camera a gas e il freddo, tanto, 18 gradi sottozero».

«Un giorno, come tanti altri, ordinarono una selezione. Ci spogliarono completamente. Sotto la pioggia, ci fecero inginocchiare tenendo le mani sollevate in aria con il peso di un mattone. Tanti di noi caddero nel fango, stremati, privi di forze. Una donna mi dedicò parole di speranza, parole che ricordo ancora oggi, chiare, rassicuranti».

«Vedrai – disse – che ci sarà ancora il mondo dopo tutto questo. Parleranno di noi, scriveranno di tutto questo. E fu così, io questo mondo sono riuscita a vederlo».