Il primo renitente documentato

Nella bassa Val Chisone, nasceva nel 1890 Remigio Cuminetti.

La vita di questo ragazzo piemontese poteva essere una delle tante incrociatesi con la grande carneficina della Grande Guerra. Eppure, proprio lo scoppio del conflitto trasformò Remigio in una figura a suo modo unica nella storia dell’esercito italiano: Remigio fu infatti il primo obiettore di coscienza italiano.

Chi era Remigio Cuminetti

Fervente cattolico da fanciullo, poi aderente al gruppo degli Studenti Biblici di San Germano Chisone, Remigio fu cacciato di casa appena ventenne, a causa di contrasti religiosi con la propria famiglia.

Nonostante conducesse una vita più che comune (era infatti impiegato come operaio meccanico collaudatore presso le officine RIV), Cuminetti si scontrò per la prima volta con la giustizia nel 1916, con l’Italia coinvolta nella guerra già da un anno.

Le officine RIV, ritenute strategiche, furono infatti in quell’anno militarizzate: tutti gli operai dovevano essere da lì in avanti considerati a tutti gli effetti come soldati. Costretti a portare una fascia tricolore al braccio, non potevano per nessun motivo discutere gli ordini dei superiori. Vero è che, seppur trattati alla stregua dei militari veri e propri, tali operai avrebbero scampato l’inferno della trincea, rimanendo operativi nelle fabbriche.

Cuminetti rifiutò però tale costrizione e fu arrestato per insubordinazione.

Il rapporto dei Carabinieri incaricati dell’arresto recita: “[Cuminetti n.d.r.] tenne buona condotta morale e politica, sino al giorno in cui ritenne che le sue convinzioni religiose contrastassero coi doveri che gli venivano imposti dalla sua qualità di meccanico collaudatore presso lo stabilimento ausiliario ‘Officine Meccaniche di Villar Perosa’. Allora rifiutò di portare il distintivo di operaio militarizzato e dichiarò apertamente che si sarebbe sempre rifiutato di cooperare alla fabbricazione di strumenti di guerra”.

L’inizio di un lungo iter

In attesa di giudizio, Remigio fu condotto a Pinerolo e lì arruolato (nonostante fosse stato riformato soltanto due mesi prima per un difetto fisico al piede): assegnato al 33° Reggimento Fanteria, partì per Cuneo.

Rifiutatosi di indossare la divisa militare per motivi religiosi (il suo credo gli avrebbe impedito infatti qualsiasi atto di violenza), fu incarcerato nella caserma di Cuneo: per protesta, Cuminetti rimase per tutto il periodo di carcerazione in camicia e mutande pur di vestire l’uniforme. Si giustificò così: “Leggendo la Bibbia ho potuto comprendere la verità, Iddio mi ha rivelato che la vita è amore, ed io non debbo far male ad alcuno. Indossando la divisa io mi distinguerei da uomini di altre nazioni che sono miei fratelli”.

Ritenuto colpevole per rifiuto di obbedienza, fu condannato a tre anni e due mesi di reclusione da scontare al castello angioino di Gaeta. Tuttavia, già nel 1917 Cuminetti fu riportato nella caserma di Cuneo e nuovamente processato da un tribunale speciale.

Il Corpo di Sanità militare

Per non rischiare una orma possibile condanna a morte per renitenza, Cuminetti accettò a malincuore di entrare a far parte del Corpo di Sanità dell’esercito: avrebbe condiviso con migliaia di sfortunati la vita di trincea, ma non avrebbe sparato un solo colpo. La sua unica missione sarebbe stata quella di soccorrere i feriti e recuperare i corpi dei caduti.

Portò avanti con diligenza il suo compito, salvando persino un ufficiale rimasto esposto al fuoco nemico. Purtroppo, il gesto eroico gli costò una ferita alla gamba e un ricovero in ospedale. Fu l’inizio di un lungo calvario.

L’inizio della fine

Dopo la degenza, ancora zoppicante venne rispedito al fronte, ma non più nei reparti sanitari. Arruolato attivamente, dopo essersi rifiutato di partecipare ad un assalto benché portato fuori dalla trincea a forza da due commilitoni (rischiando la fucilazione sul posto per aver risposto al superiore “Povera Italia, se per mandare un soldato in linea si deve farlo condurre da altri due, come farà a vincere la guerra?”), fu incarcerato presso Udine. Da Udine fu mandato all’Ospedale Militare di Torino, poi a Cuneo, Fossano, Reggio Emilia.

Ritenuto infermo di mente, fu internato in manicomio fino al termine del conflitto, nel 1918. Un lato positivo in tutto ciò forse c’è: l’infermità di mente lo salvò dalla sentenza del tribunale di guerra del IX Corpo d’Armata, che dichiarò il non luogo a procedere nei suoi confronti.

Il povero Cuminetti, primo obiettore di coscienza nella storia del nostro Paese, morì nel 1939. In quegli anni, un’altra piaga stava sconvolgendo e perseguitando il mondo dei Testimoni di Geova e i princìpi che tanto avevano ispirato il buon Remigio in vita. Una piaga, questa volta, dalla camicia nera.