Il caso sollevato dalle cattive maniere, oltre che dal lauto stipendio, di Rocco Casalino, l’ex gieffino portavoce del premier e stratega della quasi vincente campagna elettorale Cinque Stelle non è il caso di Rocco Casalino, ma di un sistema che ha sempre più bisogno di pugili che di comunicatori.

È facile pensare anche a Torino, ai piccoli Casalino di casa nostra, ai portavoce di presidenti di Regione e di sindaci del capoluogo, ma anche di importanti istituzioni finanziarie, di società, che fanno e disfano informazione, che provano a fare e disfare carriere, e che poi, se spogliati delle loro funzioni tornano ad essere il poco che sono sempre stati. Alcuni si nascondono, altri prendono di petto l’interlocutore, minacciano, alludono. Eppure, giornalisti “tutti d’un pezzo”, se li disputano come fossero loro i sindaci, i premier, gli ad, dimostrando poca considerazione per la propria professione.

Altri – bel coraggio – li affrontano a colpi di “testata”: grazie al peso del giornale per cui lavorano riescono a essere un tantino meno proni, anche se non sempre. Ma è la morale di Sergio Leone, ricordate? «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile…».

C’entra il potere, la forza. La professione ancora una volta, è coinvolta solo per inciso. Per i giornalisti dei piccoli giornali – o del web , dove spesso il traguardo è già soltanto avere una dichiarazione, per lo più inutile, del potente di turno – invece, l’alternativa è tra soccombere e l’emarginazione. Basterebbe invece ricordare almeno alcune cose elementari. I portavoce non danno quasi mai notizie.

Potrebbero invece confermarle, e sarebbe già tanto, o smentirle. Sarebbe sufficiente che i portavoce anziché tentare di dettare gli articoli, dessero semplicemente le informazioni che possono dare in modo trasparente, magari nero su bianco.

E che i giornalisti non li utilizzassero come fonte riservata. Ce ne sarebbe comunque abbastanza per scrivere cose interessanti. Ma la responsabilità di un portavoce che è costretto dall’indole o dal contratto, spesso molto più sostanzioso di un redatore, a fare il pit bull, non è del tutto sua. È di un committente che non ha una buona opinione dell’informazione, che ha qualcosa da nascondere, magari anche la sua insicurezza, e cerca di tenere i giornalisti a distanza. E in questo caso basterebbe un servizio d’ordine, non un iscritto all’Ordine.

Come si dice ai giardini, la colpa non è mai del cane, ma del padrone.