Pare proprio che la grande utopia di un’Europa unita e coesa sia svanita. Ingabbiata da regole rigide e in parte inadeguate, l’Unione delle Stati europei sta scricchiolando sotto la spinta di forze centrifughe e nazionaliste che crescono a vista d’occhio, conquistano posizioni di governo in molti Paesi e contestano apertamente i Trattati fondativi dell’UE. Ma sono i trattati che determinano la protesta, o è la protesta che può determinare i trattati?

Intervenendo a Proxima, il Festival della Sinistra in corso a Torino, il ministro per gli Affari Europei Paolo Savona ha anticipato per grandi linee i contenuti di un documento presentato a nome del Governo in sede europea, per evidenziare i punti di dissenso rilevati dall’attuale esecutivo nei confronti delle regole vigenti. Regole che secondo Savona impediscono un corretto funzionamento dell’UE, provocando quelle storture e disuguaglianze che a loro volta inducono disaffezione e malcontento fra i cittadini di quella che comunque rimane – vale la pena ricordarlo – l’area più prospera e socialmente evoluta del mondo.

È la prima volta che l’Italia, Paese fondatore dell’Unione, presenta una lettera ufficiale ai vertici europei, ma «criticare l’impianto dell’Europa – sostiene Savona – non significa essere anti-europeisti». Una posizione dunque di critica costruttiva, che dovrebbe fugare i dubbi su eventuali tentazioni separatiste dell’Italia, mostrando anche l’infondatezza di molti attacchi rivolti al ministro al momento della sua designazione. L’intento dell’iniziativa è quello di aprire una discussione ad alto livello nell’Unione, coinvolgendo i vertici comunitari e dei singoli stati, ministri o Capi di governo, per creare un gruppo di lavoro impegnato nella revisione dei trattati, incaricato di fornire risposte prima delle prossime elezioni europee. Un’occasione importante per l’UE, che potrebbe mostrare in questo modo un’effettiva volontà di cambiamento, depotenziando in tal modo le pulsioni antieuropeiste.

Il documento, estremamente tecnico e dunque illustrato per sommi capi, si compone di tre parti. Il primo punto richiede un’analisi dell’Ecofin, l’organo responsabile della politica economica, fiscale e finanziaria dell’UE, sui poteri del Governatore della Banca Centrale Europea (BCE), ruolo attualmente ricoperto da Mario Draghi il quale, secondo Savona, svolge attività che vanno anche oltre il suo mandato, agendo sulle quotazioni del cambio dell’euro e portando avanti la strategia del Quantitative Easing, ovvero l’acquisto dei titoli di debito emessi dai singoli Stati con i fondi della stessa BCE. Se l’attività del Governatore si estende anche su questi aspetti, sostiene Savona, occorre formalizzarlo con una revisione dello Statuto della BCE,  in modo da codificare con precisione poteri e responsabilità di chi determina la politica economica e monetaria dell’Unione.

In secondo luogo, occorre ragionare su una politica fiscale comunitaria, al pari di quella monetaria che già viene determinata in sede UE, altrimenti si persevera in un modello “zoppo”, che non è in grado di agire correttamente sul funzionamento dell’Unione perché può operare solo su una delle leve della politica economica, quella del costo del denaro. Il terzo aspetto riguarda la competizione e discende in parte dal punto precedente.

Infatti, l’Unione europea condanna con estrema severità gli aiuti di Stato, a suo dire lesivi della concorrenza. Tuttavia, attualmente non tiene conto del fatto che anche la differenza di imposizione fiscale può, sebbene in modo indiretto, configurarsi come aiuto di Stato. È innegabile infatti che un’impresa che operi in un Paese con un regime fiscale estremamente favorevole e paghi dunque meno tasse sia fortemente avvantaggiata rispetto a un’azienda analoga che al contrario debba fare fronte a un’imposizione molto più elevata nel proprio Paese. Queste storture vanno sanate con opportune modifiche dei trattati europei che, così come sono stati concepiti, risultano oggi inadeguati al cospetto delle sfide della globalizzazione e delle crisi finanziarie che serpeggiano periodicamente.

Al dibattito era presente anche Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte che, in linea di massima, si è detto d’accordo con l’impostazione del documento illustrato dal ministro Savona, pur rilevando di non conoscerlo nei dettagli, rimarcando la necessità di rivedere anche le politiche del lavoro e sociali, quali il sostegno al reddito. Dal canto suo Stefano Fassina, esponente di LeU, ha duramente criticato l’attuale impianto dell’UE, sostenendo che è frutto di precise scelte monodirezionali dei vertici comunitari, alle quali hanno dato il proprio contributo anche i gruppi europarlamentari della famiglia socialista, rendendosi così corresponsabili delle politiche che hanno provocato il malcontento fra gli elettori e scendendo di conseguenza ai minimi storici di gradimento. Un’analisi in buona parte condivisibile, visto l’arretramento generalizzato dei blocchi tradizionali, in particolare dell’area di centro-sinistra, a favore di formazioni populiste, nazionaliste e xenofobe.

Tuttavia la ricetta correttiva proposta da Fassina, che ha recentemente lanciato un movimento chiamato “Patria e Costituzione”, comporta forti rischi di fraintendimento in un momento nel quale i nazionalismi hanno ripreso voce e tornano le frontiere che il trattato di Schengen aveva abbattuto. D’altro canto, Fassina è convinto che il documento presentato dal ministro andrebbe approvato e sostenuto dal Parlamento, in modo da acquisire maggiore autorevolezza, perché non più frutto solo dell’iniziativa di un governo, ma di uno dei principali Paesi d’Europa, fra i fondatori dell’UE.

Secondo Antonio Panzeri, eurodeputato eletto nelle liste PD, ma attualmente in quota a MDP-Articolo 1, la crisi europea dipende dal mancato approfondimento del processo di integrazione, che se invece fosse stato messo in atto avrebbe consentito, per esempio, di reagire in modo più efficace alla crisi economico-finanziaria del 2008, di cui portiamo ancora le conseguenze. In effetti, fa notare ancora il ministro Savona, i trattati europei elencano molte nobili cose che l’Europa vorrebbe porre in atto, ma senza individuare gli strumenti per farlo. Occorre dunque – e su questo i pareri sembrano concordi – ripartire con una strategia di investimenti a livello comunitario, accantonando le politiche di tagli e rigore che hanno caratterizzato finora l’azione dell’UE, in modo da sostenere un nuovo ciclo di crescita in grado di garantire una ripresa occupazionale stabile.

Probabilmente, l’unica via per l’UE per riacquistare piena credibilità e smorzare la disaffezione dei propri cittadini. Altrimenti, c’è il serio rischio che la marea nera che sta montando in molti Paesi arrivi a pesare significativamente nel Parlamento europeo, modificando sostanzialmente gli equilibri e rinforzando quelle pulsioni nazionaliste che, è bene ricordarlo, in un passato non remoto, precedente al processo di unione europea, hanno causato conflitti anche gravi all’interno della Vecchia Europa.