Durante il discorso di insediamento in Senato del neo presidente del Consiglio Giuseppe Conte mi sono venuti in mente alcuni versi di una delle più straordinarie canzoni “politiche” di Fabrizio De Andrè, La domenica delle Salme, dove “il ministro dei temporali in un tripudio di tromboni, auspicava democrazia” con le mani nascoste dalla tovaglia intente nel più italico dei gesti scaramantici.

Non per mancanza di rispetto per l’aula, per il momento o per il professor Conte, ma perché quella canzone denunciava limiti e storture di quella che qualche anno dopo abbiamo chiamato Prima Repubblica e che in questi tre mesi abbiamo visto prepotentemente tornare di moda.

Il preambolo adesso si chiama contratto, la coalizione, come allora, si forma dopo e non prima delle elezioni, i segretari di partito diventano i tutor, anche fisicamente in virtù del loro ruolo di vice presidenti, del Presidente del Consiglio che non è quello che i partiti avevano indicato in campagna elettorale.

Il ministro dei temporali è quello degli annunci roboanti, degli strali, degli anatemi: una sorta di uomo della pioggia che, in questo caso, si limita a fare da megafono o da ripetitore di un copione scritto da altri, di frasi ad effetto che i due azionisti della compagine lanciano, come grandine, nel dibattito politico.

Ma, ad ascoltare per più di un’ora quella che doveva essere la presentazione di un programma di governo, un insieme di azioni per realizzare gli impegni presi in campagna elettorale e coniugati nel famoso contratto, ho avuto l’impressione che, più che provare a farsi carico di una speranza, di un’aspettativa vera e forte di cambiamento, ci sia stata l’intenzione di far leva sulla paura, o meglio sulle paure, dei cittadini che potrà anche rendere bene in una competizione elettorale, ma che non si concilia con una politica che sappia accompagnare la ripresa economico e sociale, già avviata negli anni recenti, del Paese.

Un Paese ispirato e governato dalla e sulla paura è un Paese che si richiude su se stesso, che si isola dal contesto internazionale, sempre alla ricerca di nemici anziché di opportunità, di innovazione, di relazioni, concentrato a trovare colpevoli invece di soluzioni. Chi vive nella paura vive barricato, asserragliato in casa, con il freno a mano tirato, le luci spente e le saracinesche abbassate: a Torino, in questi due anni, ne sappiamo qualcosa.

Non posso, non possiamo credere che questo sia il cambiamento. Non possiamo accettare che pensare di diminuire le tasse ai più ricchi sia un modo per combattere le ingiustizie sociali, che l’impegno civile di molti nostri concittadini, penso ad un’esperienza che conosco molto bene come quella di Rainbow4Africa e ai volontari di Bardonecchia, sia ridotta a “falsa solidarietà”.

Dopo 90 giorni di pantomime, con il voto di fiducia delle Camere, l’Italia ha un governo espressione della volontà popolare, ha una maggioranza chiamata a fare, ha una minoranza chiamata a dimostrare che, invece, un’Italia diversa da quella immaginata dal professor Conte è possibile. Un Italia che sappia guardare al futuro con speranza e maggior serenità.