“Come possono le coccole di una monaca al proprio figlioletto diventare oggetto di censura?”. È per rispondere anche a un interrogativo all’apparenza paradossale come questo che Fabrizio Peronaci, giornalista del Corriere della Sera e autore di libri-verità, ha scritto “Il figlio della colpa” (Bertoni editore), uscito il 15 dicembre in tutte le librerie (tradizionali e online).

Con questo nuovo volume, il cui sottotitolo è “Storia vera di uno stupro e di una monaca ribelle”, Peronaci prosegue nel filone d’indagine già avviato con i precedenti libri sul caso Orlandi (“Mia sorella Emanuela”, 2011, e “Il Ganglio”, 2014) e sul dossier-carmelitani scalzi (“La tentazione”, 2017). Il faro resta puntato su ambiguità e zone d’ombre nel mondo ecclesiastico, a partire da vicende autentiche e di forte impatto emotivo, come questa ambientata in Sicilia che vede protagonista una suora che rifiuta di abortire, come a lei consigliato dai suoi superiori.

La storia de “Il figlio della colpa” mette quindi in luce la doppia morale ancora persistente nella Chiesa («Non sempre le regole e i precetti a misura di fedeli valgono dentro le sacre mura», commenta Peronaci) e rappresenta una sorta di cartina di tornasole delle problematiche che bloccano i tanto attesi processi di riforma annunciati da papa Bergoglio.

Un’attività, quella di  Peronaci, che trova fondamento ogni giorno anche nel gruppo Facebook da lui fondato “Giornalismo Investigativo”,  nel quale l’asprezza dei temi non toglie spazio all’emozione, all’umanità e al sentimento.

All’autore abbiamo posto alcune domande.

Come nasce “Il figlio della colpa”?

A questo mio ultimo libro ho lavorato per oltre tre anni, a fasi alterne. Finalmente è realtà! Il progetto nasce in seguito a un contatto con una delle tante persone che in Italia credono ancora nel giornalismo libero e nella forza delle idee. Una signora nel 2015 mi contatta per segnalarmi che negli anni ‘80 un monsignore aveva scritto un piccolo volume, fatto sparire presto dalla circolazione, nel quale si raccontava la storia di una suora siciliana violentata, che aveva deciso di tenere il bambino, nonostante le gerarchie ecclesiastiche’, vescovo compreso, le avessero consigliato con una certa asprezza di abortire. La monaca alla fine fu felice della maternità non cercata, pur tenendo fede ai voti per Dio. L’ho trovata una scelta commovente, coraggiosa e controcorrente, che valeva la pena raccontare. La doppia morale, ancora oggi purtroppo in voga in alcuni settori della Chiesa, a mio avviso produce infatti guai seri. Basti pensare alle conseguenze dei troppi scandali sessuali o all’obbligo del celibato ecclesiastico, che anche in ambienti ecclesiastici, non a caso, tanti vorrebbero cancellare o perlomeno attenuare.

Chi sono i protagonisti de “Il figlio della colpa”?

Gente comune, compresi i religiosi, che come tali andrebbero considerati, e non come autorità lontane, distaccate dal popolo dei fedeli. La storia viene resa pubblica negli anni ‘80, ma risale ai ‘50. E’ ambientata in Sicilia. Anche l’autore del libro sparito e censurato, monsignor Lo Giudice, era siciliano: raccolse le confidenze della suora nel segreto della confessione. Secondo la mia fonte, che fu segretaria del sacerdote-scrittore, durante la stesura dell’opera giunsero pesanti interferenze da parte dei vertici ecclesiali infastiditi dai messaggi contenuti nel volumetto. Ma come possono le coccole di una monaca al proprio figlioletto, oppure la sua commozione nel sentire i primi calci quando è incinta, diventare oggetto di censura? Eppure è successo. Ecco un altro ottimo motivo che mi ha portato a scrivere “Il figlio della colpa”: rendere omaggio all’opera di un uomo libero, che indossava una tonaca.

Esistono dunque più piani narrativi?

I livelli sono tre: anni ‘50, ‘80 e tempi attuali, con la caccia al volume scomparso, che sono riuscito a rintracciare miracolosamente in un convento nel quartiere Celio, a Roma, un po’ come accade ne ‘Il nome della rosa’. Ciò rende la narrazione fluida e dall’andamento quasi cinematografico. Anche perché, oltre alla monaca e al monsignore, entrano via via in scena personaggi di grande simpatia e umanità, che accompagnano la singolarissima vita di suor Agnese.

Il riferimento, tra gli altri, è al figlio della colpa richiamato nel titolo?

Certo, c’è pure lui, fin dai primi vagiti, circondato da suore amorevoli. Non intendo rovinare il gusto della lettura e della sorpresa, ma un’anticipazione la posso dare: il colpo di scena arriva quando il violentatore fuggito all’estero si pente e torna nel paese siciliano in cui compì il crimine. La scelta di raccontare anche il tormento di un reo esprime il punto di vista dialogante e privo di pregiudizi da parte del monsignore, che mi pare assuma un significato emblematico oggi, alla luce del rinnovamento della Chiesa voluto da Papa Francesco ma da più parti osteggiato.

L’investigazione giornalistica ha un ruolo importante anche in questo libro, come nei precedenti dedicati a misteri e scandali vaticani?

Nella prima parte indubbiamente sì: da un semplice post arrivato su Facebook nasce una storia di grande intensità e per molti versi esemplare. La genesi de ‘Il figlio della colpa’ dimostra che, a saperli utilizzare con rigore, i nuovi strumenti di comunicazione offrono enormi potenzialità sia in termini di conoscenza sia di approfondimento. Più avanti, quando si entra nel vivo delle peripezie di suor Agnese, il giornalista-investigatore lascia il passo ai fatti narrati. Ma nel libro c’è anche, e questa è una novità, una sorta di viaggio sentimentale dell’autore, che esprime il proprio punto di vista sui grandi temi della religione, della spiritualità e della laica ricerca di un senso, specie di fronte ai venti dell’intolleranza e del fondamentalismo che purtroppo avvelenano la nostra epoca.