Quali sono i confini della nuova jacquerie dei forconi? Difficile dirlo. E facile, troppo facile, sarebbe giocare sulle due j, la jacquerie e la Jaguar (quella con cui viaggia Danilo Calvani uno dei leader del movimento), perché nella protesta che è andata in onda in queste settimane nel Paese, si è visto un disagio sociale vero e profondo. Una miscela che – non è necessario essere storici del fascismo per capirlo – se maneggiata male potrebbe innescare derive antidemocratiche.

La prima apparizione dei forconi risale alla fine del 2011. A fondarli è Mariano Ferro, imprenditore agricolo di Avola (il nome pare però sia da attribuire a Felice Floris leader dei pastori sardi). Nel gennaio 2012 la prova di forza: autotrasportatori e agricoltori siciliani bloccano l’isola. Ma il movimento rimane confinato al sud. Nell’ottobre 2012 la Sicilia va al voto per il rinnovo dell’Ars e Ferro, un passato politico nell’Mpa, prova a candidarsi a presidente della Regione. Il suo è un flop, non supera l’1,5 per cento.

A fine 2013 il salto di qualità. I forconi si diffondono a macchia d’olio, dalla Sicilia al Piemonte, al Veneto. Reclutano tra disoccupati, commercianti, venditori ambulanti, piccoli imprenditori, perfino tra gli ultras degli stadi. L’espandersi del movimento è da ricercarsi tanto nell’aggravarsi della crisi quanto nelle parole d’ordine, apparentemente apartitiche e anti-casta. Si va dal “tutti a casa” rivolto alla istituzioni siano esse il parlamento o il governo, al classico corollario di slogan contro la globalizzazione, le banche ed Equitalia. Per non parlare dell’ostilità contro l’euro, che tout court diventa antieuropeismio a prescindere.

Il movimento a dicembre 2013 si affida al triumvirato Calvani-Ferro e Lucio Chiavegato. Il primo è un agricoltore dell’Agro Pontino che ha fondato i Cra, Comitati Riuniti Agricoli che per il Paese, sogna l’arrivo dei colonnelli (intanto è amico del generale Antonio Pappalardo, ufficiale dell’Arma che nel passato è stato indagato per istigazione al golpe e ha bazzicato la politica, passando per il Psdi, Di Pietro, An, l’Mpa di Lombardo). Lucio Chiavegato sul suo sito scrive, invece, «Basta Italia, Basta Lega, Basta Tasse. Prendiamoci la nostra libertà! Veneto indipendente». E’ presidente della Life, associazione di liberi imprenditori federalisti europei che anni fa promuoveva i Gruppi di intervento rapido in difesa degli imprenditori «vessati» dallo Stato.

Dalle molteplici sigle che vogliono bloccare la Penisola e dar vita ad una sedicente «Rivoluzione» nasce il coordinamento 9 dicembre. Sul manifesto che lo annuncia è scritto che «quando un governo non fa ciò che vuole il popolo va cacciato con mazze e pietre». Andra Zunino, piemontese, portavoce del movimento in un’intervista sostiene che l’Italia è «schiava» dei banchieri ebrei.

Torino per due giorni, l’8 e il 9 dicembre, è attraversata da una protesta in cui c’è tutto e il contrario di tutto. (anche i poliziotti che – la Questura smentisce – si sarebbero levati il casco davanti ai manifestanti per solidarietà). Alla manifestazione romana del 18 dicembre non si fanno vedere i forconi veneti e siciliani: danno forfait denunciando il rischio di infiltrazioni. La spaccatura del movimento potrebbe essere però un espediente tattico: da una parte i “buoni”, quelli che trattano sulle richieste corporative da incassare e, dall’altra, chi infiamma la piazza facendo leva sull’antipolitica che spazza il paese.

Il movimento, ancorché variegato, ha un cuore che batte forte a destra. Casa Pound e Forza Nuova sono una presenza fissa nelle manifestazioni. Roberto Fiore dopo il 18 dicembre annuncia che «i dirigenti di Forza Nuova svolgeranno un ruolo ancora più importante per scongiurare qualsiasi tipo di infiltrazioni da parte di persone e ambienti che mirano a destabilizzare il Movimento dei Forconi e che possano anche solo lontanamente portare a provocazioni di tipo golpistico-massonico». Non sembrano le parole di chi vuole cavalcare qualcosa, ma di chi sa di farne parte.