La realizzazione del Polo del ‘900 è stata senz’altro una delle più interessanti novità culturali degli ultimi anni. Il progetto della casa della cultura del ‘900 di via del Carmine è nata sotto l’egida della seconda Giunta Chiamparino e ha visto la luce dopo una complessa ristrutturazione dei Quartieri Militari Juvarriani di Torino finanziata dalla Compagnia di San Paolo.

Appena conclusi i lavori, nei primi mesi del 2016, sono arrivati i primi screzi tra la Compagnia e le istituzioni culturali che trovano sede nel Polo (Centro Internazionale di Studi Primo Levi,Centro Studi Piero Gobetti,Fondazione Carlo Donat-Cattin, Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci, Fondazione Vera Nocentini, ISMEL – Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro, dell’Impresa e dei Diritti Sociali, Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, Organizzazione Rete Italiana di Cultura Popolare, Unione Culturale Franco Antonicelli). La prima che intende esercitare l’egemonia organizzata ed economica, e i secondi impegnati a difendere la propria autonomia scientifica. Le complicazioni sono aumentate quando, oltre al palazzo San Daniele, nuova sede, è confluito nel Polo anche il Palazzo San Celso, sede storica dell’Istituto storico della resistenza, dell’Archivio cinematografico della Resistenza, del Museo diffuso della Resistenza.

Ora, a quasi due anni dall’inaugurazione, il Polo funziona, ma dietro l’aspetto curato e le belle sale, si nascondono grossi problemi gestionali e di visione. Nominato il Direttore, manca tuttora un accordo sulla gestione e sulle risorse; poche le iniziative davvero concertate con gli enti e associazioni. E brilla per disimpegno, ancora una volta, il Comune di Torino che sotto la gestione Appendino-Leon sta facendo scempio della cultura torinese. Non sembra, infatti, che il Polo rientri nei pensieri dell’attuale Giunta.

Pare infatti che il Bilancio del Polo del 900 sostenuto fin d’ora con risorse della Compagnia di San Paolo preveda, per il 2018, la richiesta di 300mila euro al Comune, dopo che nel 2016 erano stati stanziati circa 250.000 euro dalla Giunta Fassino e che nel 2017 la Giunta Appendino aveva stanziato poco più di zero. Cadrà nel vuoto la richiesta di partecipare alle spese fatta alla Città? Sembra peraltro che tale previsione sia comunque sottostimata; infatti il “Businnes plan“ della Fondazione dovrà pareggiare su circa 1 milione e settecentomila euro di entrate e spese. A destare non poche preoccupazioni per le istituzioni culturali ivi rappresentate è anche la previsione di costi di “Servizi amministrativi e logistici” per oltre 700mila euro, che, sommati ai costi di personale per 225 mila euro fanno sì che ben poco rimanga a sostegno delle attività culturali delle associazioni e Fondazioni aderenti e per la ricerca e produzione culturale. Ma la Compagnia si sarebbe già impegnata a mettere ben 713.000 euro.

Difficile, quindi, per la Leon lamentarsi di non contare più nulla nel mondo della cultura torinese; chi non si siede e non paga, non potrà poi rivendicare nulla.

In grave ritardo, poi, l’avvio dei lavori della “caffetteria”, un locale ristoro al piano terra previsto per rendere più accogliente il Polo stesso. La Compagnia stanzierebbe più di 100mila euro per la sua realizzazione, sperando, poi, che essa generi ricavi. Il budget, infatti, prevederebbe già dal primo anno 12.000 euro di canoni dal bar.

Insomma, il caos regna sovrano e nell’era Appendino, nonostante lo sbandierato (quanto mistificato) interesse per la “manutenzione “ dell’esistente, emerge sempre di più l’abbandono a sé stesso di quanto la comunità culturale torinese ha (spesso da sola) faticosamente prodotto.