La vicenda, piuttosto ingarbugliata a dire il vero, che nel 1927 coinvolse il terzino sinistro della Juventus Luigi Allemandi, può essere senza dubbio definita come il primo vero scandalo calcistico italiano.

Chi era Luigi Allemandi

Classe 1903 di San Damiano Macra, in provincia di Cuneo, Luigi Allemandi si mette in luce nei primi anni ’20 come calciatore del Legnano. Le sue prestazioni sono più che buone, tanto da attirare nel 1925 l’interesse della Juventus, che lo acquista dal club lombardo.

Con la maglia bianconera, nel ruolo di terzino sinistro, vince il campionato 1925-26, meritandosi anche la convocazione in Nazionale.

Al termine della stagione successiva, tuttavia, il suo nome balza prepotentemente sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali (sportivi e non) per un presunto caso di corruzione.

La lite nella stanza di via Lagrange

Per ricostruire la vicenda dobbiamo necessariamente partire dalla fine della stagione 1926-27: il 5 giugno del 1927, a poche partite dalla fine del campionato (la formula era assai diversa da quella odierna) va in scena il derby della Mole tra Juventus e Torino, che viene vinto 2-1 dai giocatori in maglia granata. Anche grazie a questa vittoria, il 3 luglio il campionato viene vinto proprio dal Torino; secondo il Bologna, terza la Juventus.

Sempre in quei primi giorni di luglio, in una stanza nella centralissima via Lagrange scoppia una lite tra due persone. Da una parte, il terzino sinistro della Juventus, Luigi Allemandi, che abita lì, dall’altra un dirigente del Torino, il dottor Guido Nani. I toni si fanno concitati e il caso vuole che nella stanza accanto sia presente il giornalista Renato Ferminelli, corrispondente torinese delle testate Lo Sport e Il Tifone.

Incuriosito dalle voci che provengono dall’appartamento attiguo, Ferminelli si appoggia alla parete. Quello che sente (o che afferma di aver sentito) non soltanto sconvolgerà il campionato appena concluso, ma influenzerà la storia del calcio italiano.

La ricostruzione dello scandalo

In base alla ricostruzione di Ferminelli, Allemandi sta protestando con Nani riguardo a una somma di diverse migliaia di lire che il dirigente del Torino gli avrebbe promesso per aver accettato di influenzare a favore dei granata, giocando con poco impegno e scarsa attenzione, il derby del 5 giugno passato.

Il giocatore era stato avvicinato, nei giorni precedenti il derby da uno studente del Politecnico, che viveva nella sua stessa pensione, tale Francesco Gaudioso, intermediario del dottor Nani, che aveva proposto l’affare al terzino bianconero. Che si era detto d’accordo.

Qui viene il bello: Allemandi aveva già accettato (sempre secondo le ricostruzioni dell’epoca) 25.000 lire prima di giocare la stracittadina, per poi ottenere il rimanente a campionato finito. E le cose andarono tra l’altro proprio come il dottor Nani aveva sperato: il Torino aveva infatti vinto non solo il derby, ma anche il campionato.

Tuttavia, non soltanto secondo il suo giudizio, ma anche secondo quello dell’intera stampa dell’epoca, la prestazione di Allemandi nel derby sarebbe stata ottima, priva di sbavature. Sarebbe persino risultato, nonostante la sconfitta bianconera, tra i migliori in campo della Juventus. Motivo per cui non si sarebbe meritato la somma a saldo promessa in precedenza.

Si sarebbe dovuto accontentare dell’anticipo, senza pretendere il pagamento completo.

Tutto questo dialogo (che assume toni a tratti inverosimili persino per l’epoca, ma tant’è) viene riportato da Ferminelli nei giorni successivi sulle pagine di diversi giornali, con una serie di articoli dal roboante e shakespeariano titolo “C’è del marcio in Danimarca”. Si scatena un prevedibile putiferio.

L’intervento della FIGC e del gerarca Leandro Arpinati

In autunno partono le prime indagini targate FIGC.

A capo della federazione è il gerarca fascista Leandro Arpinati, che è anche podestà della città di Bologna (la cui squadra si è classificata seconda nel campionato sotto esame).

L’inchiesta è decisamente sommaria e frettolosa. Il 4 novembre la decisione: lo scudetto viene revocato al Torino e Luigi Allemandi viene squalificato a vita. Andando contro i regolamenti, Arpinati, come atto di estrema imparzialità (le malelingue vogliono la sua decisione imposta da Mussolini in persona), decide di non assegnare lo scudetto alla squadra del Bologna (che ne era, una volta punito il Torino, la legittima vincitrice) per evitare possibili accuse di favoritismo verso la città da lui politicamente amministrata e lo screditamento della sua figura di gerarca fascista. Come ebbe ad affermare lo stesso Arpinati sulla vicenda: “Il campionato 1926-27 non avrà il suo vincitore”.

Il mistero si infittisce

Nonostante la decisione ufficiale della FIGC, nei mesi successivi rimasero (e rimangono ancora oggi) molti punti oscuri.

Anzitutto, le contrastanti testimonianze fornite da Gaudioso, lo studente che aveva avvicinato Allemandi. Durante il processo, lo studente riferì che i veri destinatari delle 25.000 lire erano altri due giocatori della Juventus, Federico Munerati e Piero Pastore (i quali, in effetti, nei giorni successivi al derby avevano ricevuto una cassa di vino dall’allora presidente del Torino, il conte Enrico Marone di Cinzano, e avevano persino scommesso sulla vittoria degli avversari): Allemandi sarebbe stata soltanto la persona che avrebbe dovuto consegnare la somma agli altri due o addirittura un semplice capro espiatorio per evitare la squalifica degli altri atleti (era, infatti, l’unico non iscritto al partito fascista). Munerati e Pastore, in ogni caso, furono sanzionati da Arpinati soltanto con un richiamo ufficiale.

Ulteriori speculazioni furono fatte anche verso il celebre terzino juventino Virginio Rosetta, colpevole, durante quel fatidico derby, di aver allargato un po’ troppo facilmente le gambe sulla punizione che regalò il gol del momentaneo pareggio al Torino. Ma qui ci si fermò alle illazioni.

Addirittura, si ipotizzò l’uso strumentale ed esagerato della vicenda Allemandi da parte di Arpinati come specchietto per le allodole con lo scopo di mascherare le questioni imprenditoriali che lo legavano al presidente bianconero Edoardo Agnelli.

Insomma, le ricostruzioni, più o meno verosimili, furono molte e fantasiose.

La conclusione della vicenda

Nel corso degli anni furono diverse le richieste di riassegnazione dello scudetto revocato, sia da parte del Torino (vista l’ambiguità dell’inchiesta e del processo), sia da parte del Bologna (che avrebbe legittimamente meritato il titolo essendo arrivata seconda), ma nessuna ebbe esito positivo. Ancora oggi, infatti, la questione rimane pilatescamente sospesa.

Luigi Allemandi, nonostante la squalifica a vita, già nel 1928 beneficiò di un’amnistia, che gli consentì di proseguire la sua carriera in vari club e in Nazionale fino alla fine degli anni ’30 e che non fece altro che aumentare i dubbi che già persistevano sulla sua effettiva colpevolezza.

Pochi anni prima della morte, avvenuta nel 1978, ebbe occasione di affermare in riferimento allo scandalo che lo aveva visto protagonista – dopo una vita di silenzi – che: “Sì, c’era stato qualcosa di poco chiaro quel giorno. Ma il colpevole non ero io…”.