Una città non si misura dalla sua lunghezza e larghezza,
ma dall’ampiezza della sua visione
e dall’altezza dei suoi sogni. (Herb Caen)

Pensiamo ai contadini di un tempo ai quali bastava alzare gli occhi al cielo per capire quando stava arrivando un temporale. A loro bastava osservare i segnali dal cielo. E pensiamo agli animali che riescono a sentire con molto anticipo l’arrivo di un terremoto o di un qualsiasi cataclisma naturale. Il segno è un indizio non una rivelazione e ci annuncia la presenza di una realtà non immediatamente percepibile ma che verrà, verrà di certo. Bene, oggi la politica, almeno quella locale, sembra aver smesso di interpretare i segnali. E ciò che è successo in piazza Santa Giulia rappresenta proprio questo: un segnale da interpretare, qualcosa di molto simile alla “Pista Cifrata” della Settimana Enigmistica dove una galassia di puntini numerati, da collegare tra loro, sveleranno un disegno in principio indecifrabile. Ecco, piazza Santa Giulia oggi è solo una distesa di puntini da collegare, ma mancano i numeri, manca una logica in grado di indirizzare la mano verso la soluzione univoca dell’enigma.
In piazza Santa Giulia sono tanti i puntini che vanno valutati per trovare il giusto collegamento, magari mettendo da parte la “partigianeria” che ha segnato i commenti di questi giorni. Non serve a niente e a nessuno pensare agli scontri dell’altra sera solo come la conseguenza naturale di una tensione determinata dalle limitazioni della famigerata ordinanza sul consumo di alcolici. Lo scoppio della violenza è solo la parte più “drammatica” della vicenda e va sicuramente oltre un provvedimento scritto frettolosamente per riparare alle inefficienze del 3 giugno, un provvedimento di difficile applicazione, certo, ma non in grado di generare un tale nervosismo. Allo stesso modo diventa penoso fuggire dai fatti, scappando da ogni responsabilità, nascondendo la testa sotto la sabbia, magari maledicendo la sorte e ripetendo a se stessi “non succederà mai più”. Non è una formuletta magica recitata sui social che ci salverà.

No, piazza Santa Giulia è la tensione sociale che vibra sotto la pelle della città e che, magari “approfittando” di un’ordinanza scritta male, riaffiora quando meno te lo aspetti e, soprattutto, dove meno te lo aspetti. E limitarsi a comprendere quanto accaduto, utilizzando schemi classici, tipo causa-effetto, provocazione-reazione, non ci porterà da nessuna parte. La verità è che la città, le città, si reggono su equilibri delicati, e basta una piccola disattenzione e il patto sociale salta proprio dove hai colpevolmente abbassato la guardia. E dopo, rimettere i cocci insieme diventa complicato, molto complicato.
Piazza Santa Giulia è un malessere che non si riesce a comprendere proprio perché sfugge ai luoghi e alle logiche con le quali eravamo abituati a misurarci: non c’è la “periferia”, non uno sfratto, non ci sono le tensioni del Moi, mancano i fumi tossici di via Germagnano. Certo ci sono anche i ragazzi dei centri sociali che hanno scelto i dehors per alzare il livello di scontro, ma qui c’è anche la movida, la rinascita di una città che negli anni ha imparato a uscire e a vivere sotto la luce dei lampioni. Ci sono bottiglie di birra, stuzzichini, bicchieri di gin tonic. Ci sono ragazzi barbuti con le Birkenstock ai piedi. Eppure la tensione è scoppiata proprio lì. In un pezzo di città dove i venditori abusivi, le urla, i tavolini saltati, l’Aska, i feriti, la reazione della polizia diventano solo puntini da unire nel giusto ordine. Ma sono saltati i numeri e chi ha la responsabilità di guidare la mano per riportare tutto nel giusto ordine, ha abbandonato il ponte di comando.
Forse per supponenza o forse solo per incapacità ma oggi l’assenza della politica cittadina si sente. L’incapacità di cogliere i messaggi, la falsa illusione di avere sempre le soluzioni buone in tasca sta facendo deragliare Torino. Uniamo i puntini e proviamo a capire, finché c’è ancora tempo per fare qualcosa.