Il dibattito di questi giorni sui conti della Città e l’eredità del cosiddetto “ventennio olimpico” non può lasciare indifferente la comunità del Partito Democratico che si prepara a un nuovo congresso.

La bella époque, la straordinaria stagione di rinascita avviata da Castellani e proseguita con Chiamparino e Fassino, può dirsi oggi conclusa. In poco più di vent’anni Torino ha cambiato pelle ed è riuscita a offrire una nuova immagine di sé ai suoi cittadini e all’esterno perché ha saputo “guardare oltre”, proiettarsi in avanti. «È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro», scriveva Lewis Carrol.

Molti di noi hanno avuto piccole e grandi responsabilità nelle scelte della Città: tutti le abbiamo discusse, condivise e mandate in porto. Da un canto i risultati raggiunti, le opere realizzate, le ripetute occasioni di consacrazione nazionale e internazionale non possono ridurre la sconfitta dell’anno scorso a un mero incidente di percorso o a un effetto delle crisi di fiducia nella politica, aggravata dalla crisi economica. Dobbiamo capire quando noi e la nostra proposta abbiamo smesso di essere convincenti.

Dall’altro canto però è ridicolo seppellire l’indiscutibile trasformazione di Torino sotto un debito il cui peso si è ampliato a dismisura a causa soprattutto della riduzione delle disponibilità finanziarie in capo agli enti locali. Nel solco del buon padre di famiglia, quello evocato dalla Sindaca nel corso della sua diretta facebook, è più che normale fare un mutuo per comprare una casa o fare un finanziamento per acquistare un auto con cui andare al lavoro o portare i figli a scuola: il più delle volte è sintomo di serietà e di impegno.

Io l’ho fatto e spero di non venire giudicato male se quando avrò finito di pagare avrò i capelli bianchi. Forse nei salotti buoni non usa, non fa fine? L’idea di Appendino per cui una buona politica tiene i conti in ordine tirando a campare non ci appartiene. L’equilibrio contabile (che la Sindaca ha ereditato) e la riduzione progressiva del debito (altra eredità) devono trovare il loro senso in una politica impegnata, come dicevo, a guardare avanti, a creare occasioni di crescita, sviluppo e benessere diffuso, economico e sociale. Guardare avanti vuol dire immaginare che la tradizione di impegno sociale di Torino possa rispondere per prima e con proposte all’insegna dell’innovazione ai bisogni di welfare di una società che cambia per età, per nazionalità, per istruzione.

Vuol dire pensare Torino non come meta turistica a sé stante ma come centro di una rete di offerta turistica integrata che interessa tutto il Piemonte, con offerte culturali, esperienziali, enogastronomiche, naturalistiche. Vuol dire puntare con decisione sul ruolo internazionale della città, delle sue aziende, dei suoi centri di formazione, che attiri intelligenze e occasioni, esporti i nostri prodotti e sappia accogliere chi è in difficoltà. Vuol dire credere nella infrastrutturazione e nella trasformazione e reinventare quello che la deindustrializzazione ha lasciato vuoto, che l’invecchiamento ha trasformato in antieconomico o non sostenibile ambientalmente o il mutamento dei costumi ha reso obsoleto. Torino era in un angolo: persino le canzoni, le narrazioni e i luoghi comuni la descrivevano “grigia”. Ne siamo usciti, sarebbe triste ritornarci. Per tutte queste ragioni e proprio perché fuori dal tempo, stupiscono alcune delle scelte di questi ultimi mesi.

Parlo ad esempio del blocco del piano delle residenze universitarie (che avrebbe mosso l’economia e attratto nuovi studenti), il blocco delle trasformazioni delle aree industriali e il temporeggiare sul futuro dell’area TNE. Torino deve tornare a valorizzare il suo grande patrimonio manifatturiero e l’industria 4.0 è un’occasione che non può lasciarsi scappare per rilanciare il settore dell’automotive, dell’aerospazio, della meccatronica. L’ossessione di chi governa deve essere quella di creare nuova impresa favorendo il trasferimento tecnologico dall’Università e dal Politecnico di Torino.

Il nuovo paradigma industriale può valorizzare le idee e i talenti dei nostri giovani e includere nel modello di sviluppo anche quelle professionalità intermedie da troppo tempo escluse dal mondo del lavoro. I luoghi in cui questa nuova industria, questa nuova produzione, possono trovare sviluppo sono i vuoti urbani, le aree in trasformazione della città. Attorno a questa visione Torino può ripartire, può riscoprire il suo passato manifatturiero e reinterpretarlo in un tempo nuovo.

 

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