Dopo una estenuante telenovela degna della miglior tradizione televisiva brasiliana, e non a caso il verde leghista e il giallo grillino fanno parlare di governo carioca, finalmente potremo giudicare sui fatti il tanto declamato “governo del cambiamento” del professor Conte e dei suoi tutor Di Maio e Salvini.

Ma ad incrociare quanto scritto nell’ormai famoso contratto con le nomine dei Ministri ci sono alcuni elementi che, oltre a preoccuparci molto per le prospettive del nostro Paese, destano campanelli d’allarme per il futuro della città di Torino e per tutto il Nord Ovest.

Innanzitutto, osservando la composizione della compagine governativa, oltre ad un’assoluta e non più accettabile mancanza di parità di genere (5 donne su 18 ministri, 20 se si contano il Presidente e il sottosegretario alla presidenza), vi è una evidente “sovraesposizione territoriale”, con una maggioranza dei dicasteri occupati da esponenti di origine lombarda. Nessuno dei ministri è originario o in qualche modo rappresentativo di Torino e del Piemonte, che rischiano di essere tagliate fuori dalle decisioni che l’esecutivo dovrà prendere rispetto ad opportunità di sviluppo e allocazione di risorse.

La competizione, ed anche la collaborazione, tra territori al di qua e al di là del Ticino rischia, sul piano economico, culturale, sociale, di vederci emarginalizzati o, al massimo, al traino di Milano e della Lombardia, i cui interessi diventano più forti politicamente e rappresentati ai massimi livelli. Alla faccia del federalismo e al ruolo che la nostra area ha sempre avuto come motore di ogni ripresa e di ogni sviluppo del Paese.

“il territorio torinese e piemontese rischia di rimanere un puntino in alto a sinistra nella cartina d’Italia”

Il primo segnale di questa nostra obiettiva debolezza, con buona pace della sindaca Appendino che s’illude di poter perseguire gli interessi della nostra città grazie ai suoi buoni uffici con un “governo amico”, sarà la scelta che il nuovo esecutivo dovrà fare sulla sede da proporre al Cio per l’organizzazione delle Olimpiadi invernali 2026. Il Presidente del Coni Malagò, infatti, aveva rimandato ogni decisione in attesa che si pronunciasse il governo nazionale: cosa succederà adesso, verranno accolte le proposte di Milano o quelle di Torino? O verrà fatta una scelta di compromesso che ci vedrà in un ruolo sicuramente ancellare nel confronto con il capoluogo lombardo?

Analoga situazione vale per il tema dei trasporti, delle infrastrutture e del Tav. Come si comporterà su questa spinosa questione il neoministro grillino Toninelli? A leggere l’ossimoro, le due righe di contraddizioni in termine, riportate nel contratto, quel “ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia” e i toni entusiasti di alcuni amministratori della Val Susa e di molti esponenti cinquestelle e notav, c’è da supporre che la realizzazione di quest’opera possa subire una brusca frenata con il pesante rischio di tagliarci fuori da ogni collegamento veloce con il resto dell’Europa a favore, guarda un po’, di altri possibili vie di collegamento. Per non parlare della vicenda Alitalia e del futuro dell’aeroporto di Caselle, da sempre penalizzato a vantaggio degli hub lombardi, in particolare di Malpensa.

Senza collegamenti veloci e una rete di trasporti efficiente e moderna, il territorio torinese e piemontese rischia di rimanere un puntino in alto a sinistra nella cartina d’Italia e disperso in basso in quella dell’Europa con danni enormi per le nostre ambizioni in ambito economico industriale e turistico culturale.

Per non parlare dei molti altri dossier che giungeranno sul tavolo di Palazzo Chigi e che rischiano di vederci estromessi o non considerati o che vedranno la nostra sindaca non particolarmente battagliera proprio per non irritare il “governo amico”. A questo proposito sarebbe interessante capire se tornerà alla carica o meno, come fece con grandi squilli di tromba esattamente un anno fa, sulla questione dei presunti 61 milioni di euro del fondo perequativo Imu – Ici non restituiti per intervento di un decreto del governo Monti, messo in discussione da una sentenza del Consiglio di Stato su iniziativa dell’allora giunta Fassino.

Queste sono le prime considerazioni che possiamo fare su un governo a trazione leghista, più verde giallo che gialloverde vista la sua composizione e percorso che ha portato alla sua formazione, e sulle conseguenze dirette per il nostro territorio che ci preoccupano e fanno guardare con poca serenità alla capacità che avranno a Roma di guardare con giudizio e attenzione verso la prima capitale d’Italia.