Forse non sarà razzismo, forse non sarà neppure una più modesta xenofobia ma in tema d’immigrazione dal Nord Africa verso l’Italia stavolta il nostro Paese rischia davvero di perderci la faccia.

Infatti, il braccio di ferro messo in atto in questi giorni dal neo ministro all’Interno, nonché vicepremier a mezzadria, Matteo Salvini, sta rendendo incandescente un già caldo e straordinariamente delicato argomento di carattere internazionale.

Sia chiaro: in proposito ogni opinione è democraticamente rispettabile, anche se talvolta non condivisibile.

Ma tornando alle sortite del ministro-vicepremier-segretario non bisogna sorprendersi più di tanto, perché ci sta già abituando alle sue “sparate” verbali, come quella recentissima sulla Tunisia, un Paese sovrano da lui accusato di esportare non semplici disperati ma solo delinquenti camuffati da migranti.

Parole pesanti come macigni, quelle di Salvini, che più o meno scientemente (ma forse solo per mera ignoranza) ha anche dato brutalmente un calcio alla storia. Quella scritta nelle pagine di fine 1800, allorquando l’economia e gli equilibri mondiali fece giocare noi italiani a parti invertite nello scenario dell’immigrazione. Corsi e ricorsi della storia. Innegabili.

Nel 1870 gli italiani in Tunisia erano 25mila e nel 1926 quasi 90mila

Già, anche se sono sbiadite, figlie di un’epoca ormai lontana ci sono pagine di cronaca patria che non meritano d’essere spinte verso l’oblio. Sono quelle che raccontano come dalla fine dell’Ottocento e fino a metà del 1900 il Paese del Nord Africa fu innegabilmente terra di conquista.

E in quegli anni a sbarcare lì, sulle spiagge della Tunisia, erano anche gli italiani, che ci si fiondavano praticamente da ogni angolo dello Stivale per cercare fortuna. Non furono i soli, intendiamoci, perché spagnoli, tedeschi, italo-americani e francesi non furono da meno.

Soprattutto questi ultimi diventarono numericamente preponderanti; e fedeli alla loro mai sopita voglia di “grandeur” riuscirono man mano a trasformare il loro iniziale protettorato sulla Tunisia (e non solo lì) in una colonia vera e propria.

Ma torniamo a noi e alle pagine di storia prese a calci dal ministro leghista. E vale la pena di tornarci con qualche eloquente numero: nel 1870 gli italiani in Tunisia erano 25mila e nel 1926 quasi 90mila (esattamente 89.216). Per quanto se ne sa nessuno li classificò come clandestini. Tutt’altro.

La presenza degli immigrati italiani si consolidò rapidamente e sorsero quartieri “tricolore” nelle principali località, poi seguiti dalla nascita di una vera e propria città battezzata “La Goletta” (dove vide la luce Claudia Cardinale, giusto per citare una fra le persone italo-tunisine più note), che immancabilmente i soliti francesi trasformarono poi nell’odierna “La Goulette”. Nulla di straordinario, si potrebbe obiettare, tenuto conto che l’Italia stava uscendo dalla cosiddetta “Grande guerra”, quella del ’15-18, e si preparava suo malgrado a infilarsi nel secondo conflitto, stavolta persino con velleità da potenza colonialista.

Quelli erano appunto gli anni delle migrazioni di massa: la gente partiva soprattutto dal Sud, dove le condizioni di vita non erano certo delle migliori, quantomeno tra le classi meno abbienti.

Matthew Salvinì

Va detto: quegli contribuirono in modo tangibile, concreto, allo sviluppo della Tunisia (Paese verso il quale, nel Ventennio, mostrò appunto interesse anche il fascismo, provocando forte fastidio nei francesi), ma è innegabile che chi scelse di continuare a vivere e a lavorare lì doveva avere il suo legittimo tornaconto.

Non poteva essere altrimenti, considerato che migliaia di italiani dissero «sì» e accettarono il diktat imposto della Francia, che dopo gli anni Trenta diede avvio a un processo di naturalizzazione forzata. Ovvero, tutti i nuovi nati in Tunisia da cittadini europei sarebbero diventati automaticamente francesi. Mentre gli adulti dovevano fare comunque la loro scelta: troppo spesso sofferta. Sì, perché in virtù di quella “naturalizzazione” veneti, calabresi, lombardi, emiliani, sardi e via elencando si ritrovarono con i loro cognomi e nomi di battesimo trasformati automaticamente – molto spesso con veri e propri orrori ortografici – in francese, al pari della loro nuova nazionalità.

Magari ci fu anche qualche Matthew Salvinì...

Perché negarlo: allora c’era di mezzo la sopravvivenza e in tantissimi preferirono, diciamo così, voltare le spalle alla madre patria e passare sotto la bandiera d’oltralpe.

Oggi vivaddio sono cambiati i tempi e le condizioni: gli italiani in Tunisia sono rimasti pochi e (nonostante le bizzarrie dialettiche di un ministro in eterna campagna elettorale) continuano a essere ben visti. Sostanzialmente come accadeva quando i nostri connazionali arrivarono a frotte nel Paese nordafricano. Piaccia o no, da clandestini.

E magari memori di quell’epoca non sarebbe male se noi italiani ci approcciassimo con più tatto e rispetto ai tunisini. Che fra le altre cose hanno dimostrato con i fatti d’essere un popolo quantomai maturo in termini di democrazia, visto come sono riusciti a risollevarsi dopo lo sconvolgimento politico ed economico scaturito dalla rivolta popolare che poco meno di dieci anni fa portò alla caduta dell’ex dittatore Ben Alì.

 

foto dall’Istituto Euroarabo: in copertina Scapellini italiani a Tunisi nel 1900. Nel testo: falegnameria italiana a Tunisi