Raccontare Gian Carlo Caselli, che oggi compie 80 anni è un’impresa difficile e facile ad un tempo. Difficile, perché la sua passione e l’attenzione per la giustizia lo hanno portato in 47 anni di professione a esprimersi su più fronti e non soltanto su quello della magistratura. Non si contano più ormai le sue discese continue dirette e indirette (biografie) in campo letterario, le partecipazioni a dibattiti, interviste, rievocazioni, ultimo l’impegno contro le Agromafie, per cui diventa quantomai difficile scoprire e scrivere qualcosa che non sia già stato detto e scritto.

Effetto di una vita intensa, così interpretata per precisa e consapevole scelta. E dunque una vita altrettanto facile per la mole enorme di storie, episodi, aneddoti, drammi, lacerazioni di amicizie, sofferenze e privazioni, queste ultime estese anche alla sua famiglia (una vita sotto protezione) su cui accendere le luci per stimolare nuove curiosità. A cominciare dall’infanzia che il diretto interessato ha reso pubblico in più occasioni, soffermandosi con franchezza e senza enfasi sulle sue origini, riaffermando in ogni circostanza l’orgoglio per i genitori che si erano sacrificati per offrirgli l’opportunità di studiare.

Un’opportunità che Gian Carlo Caselli, studente al liceo classico Valsalice, dopo aver frequentato le scuole inferiori alle scuole Salesiane di Borgo San Paolo, ha massimizzato, accedendo al ruolo della magistratura, scalando i gradini di una professione (e conseguente posizione sociale) che fino agli anni Settanta del Novecento era feudo dell’alta borghesia e delle famiglie aristocratiche.

Da consigliere istruttore al Tribunale di Torino ad inizio carriera, Caselli è stato l’“allievo” prediletto dal capo di quell’ufficio, il dottor Mario Carassi, esponente del Partito d’Azione durante la Resistenza, magistrato discreto e riservato, intelligente e colto, di cui esiste una sola intervista in bianco e nero negli archivi della Rai. Carassi ha significato molto per Caselli. Sostenere che il primo sia stato per l’altro una scuola di vita professionale è persino scontato. Meno scontata, invece, fu la velocità di pensiero con cui Carassi seppe imporre ai suoi collaboratori, a Caselli in primis, l’idea di lavorare in “pool” durante la fase acuta del terrorismo rosso, quando gli epigoni di Renato Curcio e Alberto Franceschini, fondatori delle Brigate Rosse, diedero fondo ad una violenza sanguinaria, disseminando le strade di morti e feriti, che devastò anche il tessuto civico di Torino, città che per mesi non riusci a costituire la giuria popolare per processare proprio i vertici delle Br. Gli stessi che la magistratura di Torino, con in testa l’allora procuratore Capo della Procura Bruno Caccia, insieme ai carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e alla polizia del questore Emilio Santillo, aveva debellato. Si era nel 1978. Torino avrebbe conosciuto altri due anni di barbarie.

La svolta avvenne nel febbraio del 1980 con l’arresto del capocolonna delle Br Patrizio Peci. Uno spietato assassino che diventerà il primo pentito del gruppo terroristico. Fu Caselli, nella caserma dei carabinieri di Cambiano, a raccogliere le sue confessioni. Così come fu lo stesso magistrato, e qui facciamo un salto temporale di oltre un decennio, a raccogliere da procuratore capo della Repubblica di Palermo le confessioni di Santino Matteo, il capo mafioso della famiglia di Altofonte, legata ai corleonesi di Totò Riina, che in una notte fino all’alba, racconto nei dettagli la preparazione e rese noto i mandanti della strage di Capaci, in cui erano stati uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta.

Caselli era a Palermo per conto e in nome della giustizia italiana, quanto per rendere giustizia all’amico e collega Falcone che aveva difeso negli anni trascorsi al Csm, dal 1986 al 1990, cercando di arrestare la melma di calunnie prodotta ad hoc per isolare chi aveva sconfitto la Mafia.

Oggi, quando gli si chiede di replicare alle accuse di reducismo che come bombe ad orologeria sono usate per gettare ombra sul suo impegno civico e le sue battaglie per migliorare la società, replica pacato: «Io sono un sopravvissuto. A differenza dei miei amici e colleghi Emilio Alessandrini e Guido Galli ho goduto di una scorta che mi ha protetto dai terroristi. Da vivo si può raccontare. Nient’altro».