L’Italia non ha ancora un governo, ma chiede già delle risposte su diversi settori. Un tema scottante rimane il gioco d’azzardo, più volte rimandato lasciando la questione in mano alle amministrazioni locali. Difficilmente il gambling sarà una delle prime questioni su cui il parlamento si troverà a dibattere, ma il settore delle scommesse ha bisogno di una regolamentazione più chiara. Proviamo allora a ipotizzare le strategie dei probabili protagonisti del prossimo governo.

Le elezioni del 4 marzo non hanno consegnato alla nazione un vincitore assoluto, ma hanno visto uscire due partiti con una particolare forza. Il Movimento 5 Stelle, che ha raccolto più del 31% dei voti, e la Lega, ferma al 17% ma leader della coalizione più forte. Bisogna subito specificare che nessuno dei due ha messo il gioco d’azzardo al centro del proprio programma politico. Forse il tema non era ritenuto abbastanza importante per muovere una quantità decisiva di voti, o forse era troppo delicato per compromettere la propria immagine con gestori o giocatori. Fatto sta che il Movimento ha da tempo intrapreso la battaglia contro il gioco d’azzardo senza controlli, ipotizzando diverse vie per provare ad aiutare i soggetti deboli.

Il candidato premier Luigi Di Maio ha parlato dell’aumento di tasse del settore, una soluzione che di sicuro diminuirebbe l’offerta presente sul territorio nazionale. La posizione di Alessandro Di Battista è ancora più estrema, e paventa la possibile abolizione del mercato legale. Una strada ipotizzata anche dal sentore uscente Giovanni Endrizzi, nettamente a favore della cancellazione del regime concessorio. In concreto dunque si proseguirebbe, strano a dirsi per le abitudini dei pentastellati, sulla promessa di Renzi di diminuire il numero di apparecchi a disposizione dei giocatori. Il piano dell’ex premier era di ridurre del 32% le slot machine, facendole passare da circa 420.000 a 265.000. Il cambio ai vertici ha portato un rallentamento delle operazioni, che potrebbe riprendere con il nuovo governo. I 5 Stelle concordano comunque sulla necessità di riconsiderare la regolamentazione, e se possibile applicare il divieto totale sulla pubblicità dell’azzardo. In ogni caso verrebbe salvaguardato il ruolo degli enti locali sul settore, che già ora stanno aumentando la loro importanza.

Più cauta la posizione della Lega, che si è limitata a snocciolare i dati italiani riconoscendo la gravità della situazione. Nel 2016, ultimo periodo per cui sono stati resi disponibili i dati ufficiali, il volume di gioco ha superato la quota di 95 miliardi di euro, di cui quasi 77 sono tornati ai giocatori. I restanti sono stati divisi più o meno equamente tra i gestori e lo Stato, che ha incassato una cifra intorno ai 9 miliardi. Per questo pensare a una rifondazione totale del comparto è pericoloso per le casse nazionali, che di sicuro non possono rinunciare in toto agli introiti. Per questo il partito guidato da Salvini propone soluzioni più prudenti, come il distanziometro (per altro già applicato in diversi comuni). Insomma, se alla vigilia delle elezioni i dubbi sul settore dell’azzardo erano tanti, i risultati non hanno portato certezze. Il rischio, ancora una volta, è di vedere un nulla di fatto trascinarsi ancora a lungo.