Nella riunione di ieri pomeriggio Chiamparino ha proposto al comitato di reggenza del Pd regionale (di cui faccio parte) tre elementi di discontinuità da adottare per le prossime elezioni: programma, coalizione, persona chiamata a rappresentare il Piemonte, mettendo in gioco se stesso.
Vorrei condividere con voi alcune riflessioni su questi tre assi.

Sul programma penso, innanzitutto, che, del tutto laicamente, si debba avviare un “esame” di quanto fatto e non fatto dall’attuale Giunta e provare a puntare su tre elementi nuovi:
1) recuperare l’empatia con i cittadini e, in modo particolare, con le loro sofferenze. Sono la precarietà del lavoro, la precarietà della vita in generale, l’insicurezza a spingere gli elettori a votare forze alternative. Le insicurezze (chiude l’ospedale più vicino, il trasporto pubblico è inadeguato e mi impedisce di spostarmi per cercare lavoro, per fare qualche semplice esempio) si trasformano poi in rabbia;
2) rivoluzioniamo il nostro rapporto con l’Europa, trasformando il nostro ufficio di rappresentanza di Bruxelles nell’hub di tutte le realtà amministrative ed economiche piemontesi che vogliono avere rapporti con le Istituzioni europee;
3) pensiamo alle comunità minori e più isolate non in termini di costi e servizi da erogare, ma in termini di opportunità.

Sul tema delle alleanze vorrei essere molto chiaro. So che le voci che girano non corrispondono al pensiero di Chiamparino, ma ci tengo a levare ogni dubbio. Non esiste alcuna possibilità di alleanze con forze di centro destra o con liste che raccolgano classe dirigente proveniente da quegli schieramenti. C’è una prima e fondamentale alleanza da creare: quella con i cittadini e le cittadini, con i nostri elettori (molti dei quali persi evidentemente) e con i corpi intermedi – quelli storici, come i sindacati – e quelli nuovi a cui rivolgersi – Arci, Caritas, organizzazioni di quartiere, che raccolgono e rappresentano – oggi certamente meglio di noi – le sofferenze e le istanze dei piemontesi.

Infine, arriviamo al tema del nome.
Esiste un primo fondamentale nodo da sciogliere e deve farlo Chiamparino stesso. A lui va il nostro grazie per essersi messo ancora a disposizione in questi tempi difficili. Spetta a lui però scegliere e comunicare se abbia intenzione o meno di fare ancora il candidato presidente. Se dovesse rinunciare dovremmo aprire la strada per la ricerca di un giovane politico o una giovane politica, confrontandoci e ridando dignità alla più grande innovazione del PD: le primarie.
E, come fervido sostenitore di questo strumento (ovviamente controllato perché non ci siano derive a cui purtroppo abbiamo già assistito), rilancio ciò che avevo già detto all’epoca della ricandidatura di Fassino a sindaco di Torino.
Si dovrebbero fare le primarie anche se Chiamparino decisse di ricandidarsi. E’ stato un errore tattico non farle allora e non dovremmo ricadere nella stessa trappola.
Non è una questione di sfiducia nei confronti del suo operato, sia ben chiaro.
Si tratta di un modo, invece, per rafforzare il candidato, per mettersi in ascolto del territorio con largo anticipo.