Qualche anno fa ho scoperto, su suggerimento di una persona ritenuta all’epoca amica, dei libri: L’amica geniale.

Che curiosità che ha suscitato in me, quella vicenda. Non solo quella raccontata nei libri, ma quello che stava intorno. Un’autrice che vive, ancora oggi, nell’anonimato (tant’è vero che mi sono fatta persuasa che si tratti di un uomo, non di una donna). L’idea che un’amica mi avesse detto “devi assolutamente leggere quel libro, dolce Sara”. Ho divorato i primi tre romanzi – L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta – nel giro di pochissimi mesi. Ma l’ultimo capitolo l’ho lasciato in sospeso. Era lì nella libreria, accanto agli altri. Lo vedevo ogni volta che mi sedevo alla scrivania, ma non riuscivo mai ad aprirlo. Io e la mia idiosincrasia per i finali. Anche perché sapevo che un libro che si intitola Storia della bambina perduta non avrebbe portato a nulla di buono. Soprattutto considerando come inizia la storia.

Ma si sa, ogni cosa prima o poi ha una fine e anche io debbo imparare a farci i conti. Volente o nolente. Così accade che inizia a circolare un voce che si fa sempre più insistente fino a diventare concreta: dagli States vogliono fare una serie tv sui romanzi di Elena Ferrante. La produzione viene ordinata nientepopodimenoche da HBO, la produzione di Game of Thrones. Sarà un successo, dicono. L’evento televisivo dell’anno, incalzano. Ho allontanato a lungo quell’idea. Ne avevo, manco a dirlo, paura. Ma Doctor Who mi insegna che la paura rende più forti, che la paura può essere un super potere. Così metto da parte l’immensa repulsione che ha accompagnato la lettura famelica di quei romanzi, dove pagina dopo pagina si strutturavano personaggi biechi e abbietti. Uno peggiore dell’altro. Un coacervo di malavita, maleducazione, mal costume, male crianze. Uno zibaldone di cattiveria che per quanto mi sembrasse delle volte gratuita non lo è mai stata davvero, e io lo sapevo. Non riuscivo ad affezionarmi a qualche personaggio. Io che, pur essendo l’erede del Grinch, mi affeziono anche alle carte delle caramelle. Ma qui era impossibile. Appena pensavi “ecco, forse questo è il personaggio meno peggio tra tutti” ecco che taaaaaac … compiva qualche nefandezza fotonica per cui lo disprezzavi. Disprezzo, mai odio. Perché l’odio non riesci a provarlo per nessuno, forse per i Solara. Ma non ne sarei così sicura.

E così nel corso delle settimane scorse ho seguito le vicende di Lila e Lenù su RaiUno. Le ho seguite con curiosità e apprensione, pur sapendo (almeno per questa prima stagione, basata sul primo libro) cosa succedesse. Lila è molto più bella di quello che immaginavo, Lenù molto meno. I personaggi dei libri assumono dei contorni. Diventano talmente reali che mi spingono a leggere, finalmente quell’ultimo romanzo. Quei contorni tanto definiti che si scontrano così tanto con l’idea di smarginatura che descrive Lila. Quella smarginatura che mi aveva colpita nel profondo sin dalla prima lettura. Che sullo schermo viene riportata bene, ma forse non benissimo come solo la parola scritta può rendere.

Ho sempre avuto un debole per Lila e la serie tv lo ha confermato. Forse ha influenzato la lettura finale delle vicende delle due amiche geniali, ma non mi importa. Infondo sapevo che avevo un debole per lei.

Perché in quella smarginatura io ho visto dal primo momento una profonda paura, debolezza, delusione, rabbia che Lila stessa non sapeva di provare. O meglio, sapeva  e teneva sotto controllo adoperandosi nel cercare modi di essere che, secondo lei, la rendessero più marginata. Che rendessere il suo mondo, ineluttabilmente smarginato, un po’ più dentro i margini.

Ho cercato sui miei libri, quelli che Lila avrebbe adorato, disprezzato, temuto e desiderato, qualcosa che mi spiegasse chi è Lila. Com’è. L’ho trovato e mi sono inorgoglita per averlo capito subito. E nel provare quel po’ di orgoglio ho sentito il peso di Lenù sulla mia spalla. Lo studio per apparire agli occhi dell’amica. Un’amica, Lila, che dice che Lenù è la sua amica geniale, senza sapere che in realtà sta proiettando su questa amica bella e studiosa quello che lei in realtà è. Non so se lo faccia consciamente o inconsciamente. O meglio, lo so. Ma se ve lo dicessi svelerei il finale del libro. E sono una assoluta no spoiler.

L’amicizia di Lila e Lenù mi ha lacerata, forse ha smarginato anche me. Scrivere di loro non è facile. Forse è doveroso.

L’amicizia, Friends ce lo ha insegnato, non finisce sempre bene. Ma L’amica geniale mi ha fatto chiedere “ma finiscono davvero? O forse continuano a vivere, anche e soprattutto quando ripetiamo che in realtà sono finite?”.

Oggi, più che mai, non so dare risposte. So, però, che ancora una volta un libro mi ha insegnato molto e che la sua trasposizione televisiva mi ha messa davanti a un fatto di fatto compiuto.

Mi ha insegnato che sceglie non è mai facile, mi ha insegnato che amare non è mai facile, mi ha insegnato che odiare non è mai facile. Mi ha insegnato che voler bene non è mai facile. Perché amare è diverso da voler bene. Trovo che il voler bene sia molto più profondo, nasconde in sé un desiderio tanto implicito quando esplicito di volontà che l’altra persona stia bene che l’amore, temo, non porta con sé.

Ma ancor di più L’amica geniale mi ha insegnato che tutto si smargina. Le persone, le amicizie, le situazioni, i posti. Tutto, o quasi. Perché i ricordi non si smarginano. Sono vasi aperti dentro i quali noi possiamo mettere qualsiasi cosa vogliamo, togliere quello che vogliamo.

E forse proprio nei margini non definiti dei nostri ricordi possiamo far vivere anche quelle amicizie finite, quegli amori naufragati, quei viaggi mai fatti.

È dentro i margini non definiti che vive anche chi di noi non si ricorda più.