Qualche giorno fa mi hanno chiesto di partecipare alla presentazione del libro di una cara amica, un romanzo sui disturbi alimentari . Dovendo intervenire come psicologa ho iniziato a cercare informazioni sui DCA. Ho letto la sezione dedicata all’argomento sul DSM 5, ho cercato articoli e navigato su internet. Mi sono così ricordata di 2To The Bone – Fino all’osso”, un film del 2017 distribuito da Netflix. Così una sera l’ho guardato.
Il film è fatta da e con ragazze che hanno sofferto di disturbi alimentari e nello specifico racconta la storia di una ragazza che entra in una nuovo struttura di recupero e lì dentro scopre (e scopriamo anche noi) molte cose, di lei e dei disturbi alimentari.
Per esempio riusciamo a scoprire un dato forse inatteso: la percentuale di incidenza del disturbo alimentare tra i maschi sta iniziando ad assumere valori inattesi (0,3% anoressia nervosa, 0,5 % bulimia nervosa).
Scopriamo che l’anoressia nervosa tra i tanti terribili effetti che ha sul corpo c’è il fatto di mangiarti dentro. Quando il corpo non trova più grassi da bruciare inizia a bruciare quello che trova : i muscoli.
Scopriamo che non esistono solo anoressia e bulimia, che restano certamente le più conosciute e le più facilmente incontrabili. Ne esistono tantissimi altri. Il DMS 5 ad esempio ne indica 8 tipi diversi. Tra cui disturbo da binge-eating (le grandi abbuffate). Se può interessare una panoramica più generale vi lascio il link di un articolo http://www.stateofmind.it/2016/04/disturbi-nutrizione-alimentazione/ .
Dal film ho tratto due considerazioni importati, che mi piacerebbe condividere con voi. Scusate se andrò più lunga del solito. Condensare il tema in poche righe è difficile.

La prima è banale e forse la sanno tutti : l’importanza delle relazioni familiari. La ragazza del film vive con il padre, con la nuova moglie del padre e la sorella. Sua madre biologica è ormai risposata, con un’altra donna e (dicono) soffra di disturbi bipolari. Ad accompagnare Ellen (la protagonista del film) in clinica è la matrigna e durante gli interventi familiari (i momenti tipici delle comunità terapeutiche che vediamo nei film: il momento di incontro tra il paziente e tutta la famiglia che si risolve di solito in un tutti contro tutti con, a mio avviso, non troppi benefici sul paziente, soprattutto quando fatti a inizio percorso). Comunque, il gruppo famiglia si incontra e ci troviamo davanti a un disarmonico gineceo: Ellen, sua madre, la moglie di sua madre, la sua matrigna e la sorella.

Il solo uomo presente è il medico. E il padre? Il padre non c’è. Non ci sarà mai. Non comparirà mai. Questo più quanto accade quando Ellen “scappa” dalla struttura mi ha fatto riflettere sull’importanza delle relazioni sia fisiche che sentimentali ed empatiche e su come il loro mancare possano avere effetti devastanti sulle persone.
Certo, probabilmente Ellen avrà avuto una sua predisposizione biologica, neuronale… tutto quello che volete. Ma non sono molto fan del determinismo biologico.
Il fatto che Ellen abbia un padre inesistente e che la sua mamma non sia mai stata in grado di allattarla al seno facendole sentire la vicinanza, il calore, il contatto e trasmettendole anche fisicamente il suo amore materno ha influito. E tanto, secondo me . La mamma di Ellen ci prova, dopo. Quando la figlia arriva da lei. Prova a nutrirla, con un biberon. Forse lo fa tardi, ma forse non è mai davvero tardi.

La seconda considerazione è sul ruolo dello psicologo in queste realtà. Non è facile aver a che fare con ragazze (e ragazzi) che soffrono di questi disturbi. I DCA sono quasi delle dipendenze. Dipendenze dal cibo, dipendenze dal bisogno di essere perfetti di raggiungere una forma fisica perfetta. Non sono molto diversi, a mio avviso, dalla dipendenza da sostanze o da tabacco o dal gioco d’azzardo. C’è il bisogno di raggiungere un obiettivo, essere più magra, essere più muscolosa, essere più sano, che si raggiunge a tutti i costi. Con l’illusione che si possa smettere quando l’obiettivo è raggiunto. Ma l’obiettivo non arriva mai.

Perché ogni volta si sposta più avanti l’asticella. Quindi, proprio come i tossici, l’ammissione dell’esistenza del problema è sempre rimandata.
Sono paziente difficili da intercettare, sia fisicamente (spesso arrivano in cura quando la malattia è già tanto avanti) sia sul piano emotivo.
Il medico del film sembra eccessivamente duro. Quasi aggressivo.
Credo sia però il solo modo per entrare in connessione con loro. Non esiste la ricetta perfetta, nel nostro lavoro. Non esiste la ricetta perfetta nella vita, in generale, ma non nostro lavoro ancor meno. Se un giorno la trovo, ve la racconto subito.
Credo però, molto banalmente, che sia importantissimo lavorare molto prima. L’età di insorgenza dei DCA si abbassa pericolosamente: attualmente è attestata intorno agli 8-9 anni.
È importante, quindi provare a raccontare ai nostri ragazzi come alle ossa di Ellen siano molto molto molto molto più preferibili assai le cicciette sballonzolanti di Bridget Jones.
È vero che se non ci vediamo belli noi per primi gli altri non riusciranno mai a vederci belli. È vero che la vita è uno specchio che rimanda quello che tu hai dentro. Ma se su quello specchio non mettiamo la foto di Spelacchio ma lasciamo il campo libero di poter vedere il bello che abbiamo dentro… forse al posto di Spelacchio potremo vedere l’albero di Time Square.