Immaginate di salire per anni sullo stesso autobus, e che il conducente faccia la stessa strada, guidando nello stesso modo, seduto al volante dietro al cartello rassicurante per lui, meno per i passeggeri, “non parlare al conducente”. Dopo molto tempo, la città cambia ma non la strada percorsa: non è più adatta, non è più quella giusta ma l’autista tira dritto. A questo punto, i passeggeri anziché scendere dal bus e trovarsi in mezzo al pantano, prendono in mano la situazione: assumono il controllo del veicolo e insieme provano a inventare un nuovo percorso. E’ la metafora molto efficace che Federico De Giuli, fondatore del Laboratorio Civico Torino, usa per descrivere la situazione attuale della città. Non è una sceneggiatura americana ma lo spirito  del civismo che va oltre il monito “non parlare al conducente”, rompe gli indugi, esce dall’anonimato e anche da quell’abbraccio rassicurante di una politica accudente che oggi non c’è più. E’ giunto il periodo storico nel quale è obbligatorio alzarsi le maniche, sedersi a un tavolo, capire chi sono gli attori per una nuova grande alleanza per Torino, per «una visione della politica accessibile e non agìta soltanto dal “politicante”»

«Proprio Alleanza per Torino fu, negli anni ’90, la lista civica che rappresentò anche il laboratorio nel quale si congiunsero le energie che allora immaginavano e volevano costruire una Torino moderna, europea, aperta».

Federico De Giuli, torinese, classe 1966, è architetto e Alleanza per Torino l’ha vista nascere grazie a suo padre, Mario, imprenditore edile che fu tra i più convinti sostenitori di Valentino Castellani e di quella “rivoluzione civico culturale” che cambiò gli assetti della Torino fordista. Federico De Giuli ha creato nel marzo scorso Laboratorio Civico Torino, una fucina di idee con una grande ambizione. Fare massa critica, muovere le coscienze e coniugare le scienze alla politica mai così in ansia.

«La storia del civismo in questa città è molto profonda, ci porta agli anni di Alleanza per Torino, tempi allora molto diversi da oggi; ciò che però resta necessario è un cambio di paradigma della visione del futuro. Il civismo dei primi anni 90 si mosse per rispondere alla Torino in declino industriale senza prospettiva, rappresentò la parte sognatrice e propositiva che si ribellò a Tangentopoli, contro la partitocrazia, nacque per rispondere a una manifesta debolezza dei partiti».

Oggi il panorama è molto diverso?

Si assiste a una debolezza dei corpi intermedi, dei sindacati, delle associazioni di categoria che non hanno più la capacità di interloquire. Si è assistito anche a una destrutturazione della politica a causa di logiche di partito nazionali che ingabbiano l’azione.

In fondo, forse è la stessa politica ad aver allontanato da sé, nella concertazione e nella costruzione di un futuro, i corpi intermedi, non pensa?

Ciò che penso è che oggi abbiamo la necessità di parlare a più persone possibili. Quelle che allora investirono nel civismo hanno ancora la passione politica e la voglia di partecipare: è fondamentale però la scintilla che inneschi una nuova stagione di grande partecipazione democratica.

Per questo nasce Laboratorio Civico?

Riaprire una fase programmatica con l’apporto di tutte le categorie significa dare vita a un laboratorio che crei una massa critica per realizzare un percorso. Ed è importante farlo insieme. Non ci si vuole sostituire alla politica ma dare strumenti e visioni che oggi la politica sembra non avere.

Vi siete costituiti nel marzo scorso. Che aria tira, secondo lei?

Abbiamo già realizzato alcuni incontri tematici, e intorno al Laboratorio Civico Torino c’è molto interesse. Sono invitate le associazioni, portatrici di esperienze dal territorio e le idee che possono essere innescate dalla loro esperienza. Ci sono gli appassionati di politica, che hanno visione. Tutto può portarsi a un’immagine di città da proporre e da costruire.

E’ una sfida importante, che lanciate in un momento in cui la città non ha una chiara vocazione davanti: sembra anzi aver perso quelle lucidità che erano nate proprio nel “governo” Castellani…

La spinta propulsiva di quegli anni innovativi si è ormai esaurita. La città è cambiata, sono cambiate le esigenze. Ci aspetta un’operazione molto complessa che necessariamente dovrà essere articolata su una struttura territoriale. Il lavoro dovrà essere incentrato su un programma ambizioso e di strategia che emerga da un bisogno condiviso: parliamo della città tra vent’anni, e non solo dei sui bisogni immediati.

Chi c’è al lavoro, nel laboratorio civico?

Alcuni provengono dai partiti, molti altri no. Ci sono esperti che provengono da diversi ambiti, dall’energia, ai trasporti, all’economia, che offrono la loro visione e si mettono a disposizione di quel futuro che la Città merita. E’ molto più di un brain storming. Dobbiamo essere in grado di guardare e imparare dall’estero, individuare dei temi caratterizzanti, ragionare affinché ci sia quella ricucitura sociale su temi economici e democratici, rivitalizzare il territorio affinché ritorni a essere risorsa economica. 

Quali sono gli asset sui quali pensate di organizzare il progetto Torino 2021?

E’ fondamentale immaginare lo sviluppo della città futura in chiave assolutamente green, ecologicamente sostenibile: è un’urgenza che ci impone di non girarci dall’altra parte. Sono tre le linee sulle quali deve articolarsi il nostro lavoro. Università e ricerca, potenziamento dell’automotive con nuovi investimenti nella filiera dell’auto e nella green economy. In più, dobbiamo concentrarci sul turismo che dopo anni di grandi risultati, è in affanno: proprio da questo settore dobbiamo trarre il massimo per essere attrattivi per nuove imprese.

Torino ha un’Università e una formazione di livello eccellente. Ma sembra non bastare…

Nella nostra città si laureano molti ragazzi, ma poi se ne vanno: è un capitale sul quale perdiamo una scommessa. Per vincerla, e trattenere risorse che proprio nelle nostre scuole si formano e crescono, è assolutamente necessario essere attrattivi per start up che possono scegliere di investire a Torino in quanto conveniente e appetibile.

Nel documento finanziario quest’anno sono stati inseriti 470 mila euro per finanziare la nuova piattaforma permessi di “Torino Centro Aperto”. Quest’ultima sarà un grosso contenitore, capace di aggregare tutte le banche dati esistenti, da quelle per l’accesso alla Ztl ai permessi disabili a quelli per mezzi speciali. Il Comune sta valutando anche la strada di un project financing, cioè di fare una gara per l’affidamento del progetto “Torino Centro Aperto” ad un soggetto terzo che fornirà il sistema “chiavi in mano”. Che ne pensa?

Sulla Ztl c’è una delle più grandi sconfitte della città: pensare che 5T non sia in grado di proporre un progetto tecnologico avanzato, in modo da intervenire su un grave problema, non solo è avvilente per quello che ha rappresentato la stessa azienda, ma folle, perché appoggiarsi a un project financing privato significa trasferire una serie infinita di dati che servono e devono essere in mano alla Città per poter conoscere, migliorare e monitorare il territorio. E’ un aspetto strategico, quello dei trasporti. Non si poteva, ad esempio, immaginare 5T affiancata da alcune start up per una visione di sistema innovativa? Il Project financing in questo caso è contro gli interessi del comune e impoverisce il sistema.

Il “Laboratorio” diventerà una lista civica alle prossime amministrative?

Quando avremo raggiunto forma e sostanza, con un programma concreto per la città, non lo escludo.

Torniamo alla metafora del bus e del manovratore al quale non si può parlare. La strada è dissestata, la città è cambiata, i passeggeri prendono il comando. Ma una volta al volante, che fanno? Chi guida? 

Se sta chiedendo con chi faremo alleanze, le rispondo che non è il tema centrale. Noi abbiamo innanzitutto a cuore la costruzione di un progetto per la città. Ci collochiamo nel centrosinistra, ma non vogliamo stare in quella o questa corrente. Ascoltiamo. Vogliamo essere ascoltati. Il pascolo della politica è così fluido che dire sto con questo o con quello non ha più senso. Non abbiamo problemi a sostenere che molte delle istanze pentastellate sono condivisibili. Questo non significa legittimare gli insuccessi e il lavoro amministrativo svolto finora in città.

Ma chi guida il bus? Chi è il vostro candidato sindaco?

Vorremmo un sindaco con una visione di insieme strategica, proiettata verso la metropoli del domani, che abbia esperienza all’estero, che conosca il mondo in modo da poter portare a Torino quanto si può mutuare alla nostra dimensione. Deve saper lavorare in squadra e motivare i giovani, con una cultura nuova di leadership che consenta di costruire una squadra affiatata e un programma. Torino ha bisogno di un sindaco capace di relazioni, in grado di far crescere l’economia e il benessere dei cittadini.

Ci sono i margini per confrontarsi?

C’è molta sensibilità. Lavorare per il bene di Torino immaginando il suo futuro è prioritario: potremmo esprimere un candidato, e se metterà d’accordo Cinque stelle e Pd, perché no? All’alba del 2021, il civismo non è più impreparato. Ha molto da dire, sa organizzarsi e saremo in grado di esprimere un programma, e un candidato che quando ci sarà, non potrà che essere spinto dallo spirito di servizio per questa città.