Facevano un po’ tenerezza nella loro gestualità e postura i sindacalisti di Fim, Uilm e Fismic, dopo l’incontro con i vertici Fca che ha visto l’annuncio di nuovi investimenti per 5 miliardi nel triennio in Italia e il raggiungimento della piena occupazione, in particolare negli stabilimenti torinesi. Non erano in uniforme, ma era come se l’avessero, così impettiti e fieri, con l’aria di chi si è conquistato nastrini e medaglie sul campo.

Certo, dalla società sono arrivate buone notizie certo. E i sindacati del “sì”, quel “sì” al referendum del 2011 sul contratto che segnò la rottura definitiva con la Fiom possono essere giustamente soddisfatti.

Fca – è la notizia vera – non leva le ancore dall’Italia. Anzi, mette in cantiere nuovi modelli a Torino (rimane comunque orribile la parola “cantierabilizzabili” usata da alcuni sindacalisti), a cominciare finalmente dalla 500 elettrica, prima di un’intera gamma di auto a ridotte o nulle emissioni. Ultimo, ma non meno importante, anche per i lavoratori le prospettive sono positive.

Ma il sindacato, a ben vedere, il sindacato nel suo insieme, non ha molto da gioire perché quelle medaglie non sono davvero state conquistate in battaglia. L’annuncio del nuovo leader del mercato europeo di Fca, il torinese Pietro Gorlier che affianca il nuovo Ad del gruppo Mike Manley, non è frutto di una trattativa incalzante o di una vittoria sindacale, ma è un obiettivo che l’azienda ha deciso di rendere pubblico con i suoi tempi e modalità, almeno in Italia. E ciò, dopo che da anni ormai si lamentava un vuoto di prospettiva (con estreme preoccupazioni) su alcuni siti industriali a partire da Torino e Pomigliano. Un’attesa pagata pesantemente sotto tutti i profili dagli operai e dagli impiegati con la cassa integrazione, e dallo Stato per la sua parte economica.

In sostanza, un capitale umano sfibrato: da un lato, i sindacati della collaborazione ad oltranza sono arrivati all’incontro torinese stremati da una partecipazione che li ha visti passati e subalterni alle scelte aziendali; dall’altro, il sindacato del “no”, ovvero la Fiom-Cgil, esasperato da un isolamento senza futuro, persino peggiore di quello del 1955, quando l’allora sindacato di classe fu sconfitto a Mirafiori alle elezioni di commissioni interne.

Due segni “meno”, che a differenza di un’operazione algebrica, non danno segno positivo: restano due debolezze che non producono una forza. E proprio per questo apparivano sopra le righe i sembianti trionfanti, le facce quasi corrusche, dei sindacati “collaborativi” cui non sembrava vero di poter marcare ancora una volta la loro differenza dal sindacato “antagonista”, lo stesso che dopo anni di esilio è sempre meno rappresentativo in Fca. Così come le dichiarazioni critiche della Fiom sono apparse nulla più che un compitino fatto a casa.

La verità è che a questo appuntamento soltanto Fca era in pole position, mentre i sindacati si sono ritrovati all’annuncio a produrre un numero industriale di parole in misura inversamente proporzionale al loro grado di rappresentanza e prestigio rispetto a 14 anni fa, quando fece la sua apparizione Sergio Marchionne.

E il mondo sindacale raccoglie meno iscritti – in proporzione alla totalità dei dipendenti – del 2011, quando fu votato il referendum nelle fabbriche. In queste condizioni è difficile essere interlocutori rispettati, ancora di più lo è contrattare.

Fca non è l’Italia, e questa anomalia, che ha anche origini storiche e oggettive, non è diffusa in tutte le aziende, neppure in tutte quelle metalmeccaniche, dove i sindacati confederali collaborano a tutti i livelli.

Morale: adesso più che mai, i sindacati devono ricercare l’unità smarrita e il dialogo tra loro. Deporre le armi definitivamente, sarebbe oggi esiziale per gli stessi lavoratori. In gioco non c’è la riconquista di un contropotere – ormai perduto, e per tanti aspetti felicemente – ma l’opportunità di discutere allo stesso tavolo e con pari dignità, nella differenza dei ruoli, le strategie aziendali. Forse sarà un’utopia, indispensabile comunque nelle relazioni industriali, ma rimane l’unica strada per puntare davvero in Fca alla compartecipazione.