di Vittorino Merinas

Cercare quelle cose che ci accomunano e non quelle che ci dividono. Fare ponti” diceva ai giornalisti nel volo-ponte tra Santiago di Cuba e Washington, quasi metafora di quell’invito rivolto a tutti gli uomini di buona volontà ed ai cattolici assegnato come missione. E lui, Francesco, un ponte che rimarrà nella storia l’aveva gettato e in qualche modo ne stava gustando i frutti di pace, benedetto a Cuba e ben accolto negli Stati Uniti. A L’Avana ed a Washington sventolavano nuovamente le rispettive bandiere, per decenni vessilli del reciproco odio.

Qualcuno nei giorni passati ha ricordato la visita di Giovanni Paolo II a Cuba, allora ultimo cencio d’un comunismo ormai sconfitto. Wojtyla, celebrato come condottiero vincente dell’epica sfida tra il Bene ed il Male del secolo, non nascondeva la certezza di buttare a mare, con la sua visita, anche quel brandello. Non gli riuscì né riuscì al suo successore. Che Francesco mieta oggi ciò che i suoi predecessori hanno seminato? Già papa Wojtyla, però, in un momento di umiltà, dichiarava in una lunga intervista che il suo apporto alla sconfitta del comunismo si riduceva ad una spallata ad un albero dai frutti ormai maturi. Oggi papa Francesco non sembra pensare né a dar spallate né a raccogliere frutti altrui. Semplicemente ha voluto dar una mano per ‘costruire un ponte’ che permettesse di ristabilire un contatto ed un dialogo serio e responsabile tra un’isoletta sconfitta da un estenuante assedio, ma non vinta nei suoi ideali di giustizia ed uguaglianza, ed un gigante dall’arrogante ed impietoso potere, timoroso che quelle idealità potessero permeare il mondo.

Due papi e due forme di presenza nella politica internazionale profondamente contrastanti. L’una, di Wojtyla, di impegno diretto e di parte; l’altra, di Bergoglio, di mediazione tra Stati e popoli avversi. “I muri mai sono la soluzione, i ponti sì”, confermava ritornando a Roma. La pace non si consegue con guerre vinte e popoli sottomessi, ma favorendo il dialogo tra i potenti.

Scorrendo i discorsi di maggior rilievo tenuti nel recente viaggio, si ha più che l’impressione che i toni di Francesco siano stati meno forti ed assertivi di quando si rivolge a platee meno qualificate. Certo il peso della corona regale che infelicemente anche lui porta si è fatto sentire. Chi si aspettava concettosità e reprimende nell’uno e nell’altro Paese è rimasto deluso. “L’orizzonte di Gesù, affermava Francesco sulla Piazza della Rivoluzione a L’Avana, è sempre una proposta per la vita quotidiana… Per tale ragione, il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone.” Non principi da imporre, ma persone nella loro singolarità cui affiancarsi per asciugarne le lacrime ed alleggerirne i fardelli. Non il generico predicatorio invito all’attenzione per i fratelli, ma, secondo lo spirito della pastoralità di Bergoglio, il concentrarsi sul “volto del fratello”, il sentire “la sua carne” con una “prossimità fino in alcuni casi a soffrirla”. A Washington continuando con lo stesso realismo, mette tra parentesi le temute aspre critiche al sistema capitalistico sostituendole con un’intensa descrizione dei drammatici effetti che esso determina nella società. Effetti che gravano su “uomini e donne che si sforzano quotidianamente di fare un’onesta giornata di lavoro, di portare a casa il pane quotidiano, di risparmiare qualche soldo, di costruire una vita migliore per le proprie famiglie… Donne e uomini concreti, uguali ai governanti, che vivono, lottano e soffrono, spesso obbligati a vivere miserabilmente, privati di qualsiasi diritto.” E’ questa sofferta quotidianità che Francesco descrive con forte realismo a chi detiene le sorti dei popoli. Di essa dovrebbero prendersi cura con scelte rapide e appropriate, anziché tergiversare in mai concludenti dibattiti.

All’invito rivolto ai legislatori capitolini, ma indirizzato a tutti i potenti a fissarsi sui “volti” e sulla “carne” dei loro popoli, Francesco ha fatto tosto seguire la visita ad una delle tante “periferie” in cui precarietà ed emarginazione hanno il loro habitat, con l’inattesa sorpresa di suscitarne l’indignazione, quasi quell’immediata contrapposizione suonasse scorno alla loro dignità e capacità!

Un viaggio importante non solo per le cose dette, ma quelle fatte, conferma di quanto lo stesso Francesco dice: il pastore deve “saper del gregge” che accompagna nel suo non facile peregrinare. Non più liturgie fastose e trionfalistiche, occasioni per reclamizzare articoli teologici ormai desueti o moralismi alati quanto irreali, ma lampi di vangelo che illuminano sui sentieri percorsi da Gesù di Nazareth, conforto ai calpestati della terra e molesto ai potenti fino a metterlo in croce. Quando ciò accadrà alla chiesa ed alle tante chiese finalmente il vangelo non sarà più parlato, ma attuato.