Ci sono volte in cui dalla rabbia possono nascere enormi gesti di amore. Lo sa bene Rosalba Castelli, 39 anni, nata a Rivoli e impiegata in banca, con una passione per l’arte figurativa (allieva dei maestri Luigi Boccardi, Marco Longo e Carlo Giacone). Sono suoi i ritratti a gessetto e le fotografie che daranno vita all’esposizione “Famiglie: mettiamoci la faccia”, visitabile dal 24 marzo all’8 aprile presso la Sala Mostre del Palazzo della Regione, in piazza Castello 165 a Torino. All’inaugurazione, venerdì 23 marzo alle 17.30, sarà presente anche l’assessora regionale alle Pari opportunità, Monica Cerutti.

“Famiglie: mettiamoci la faccia” sembra quasi un appello. Da dove nasce questo progetto?

È di fatto un appello, l’appello che io ho rivolto a tutte le famiglie coinvolte in questo progetto. L’approvazione della legge Cirinná è stata un bel traguardo, ma al suo interno contiene purtroppo un sottinteso molto grave. Mi riferisco al fatto che nella legge il nome “famiglie” è sostituito con la dicitura, secondo me non troppo felice, “formazione sociale specifica”. Quando si sceglie un’espressione del genere, così didascalica e burocratica, è ovvio che poi venga utilizzata da alcuni per rimarcare confini, divisioni e strumentalizzare discorsi poco inclusivi.

Quindi a colpirla è stata di fatto “solo” una frase

In realtà la causa scatenante che ha generato la mostra è stata un fatto accaduto qualche mese dopo l’approvazione della legge. Stavo tornando in treno da una dieci giorni di cammino sulla via Francigena e la pace guadagnata lungo il pellegrinaggio è svanita improvvisamente di fronte alla lettura di una notizia riguardante la mia città: era nata un’assurda polemica sull’idea di denominare a Torino l’assessorato alla famiglia al plurale, quindi “assessorato alle famiglie”. Qualcuno criticava questa scelta rifacendosi proprio al riferimento legislativo, con l’idea di affermare che le unioni civili non sono famiglia, sono formazioni sociali specifiche. Il pensiero che questa narrazione escludente diventasse di dominio pubblico mi ha fatto provare una profonda rabbia.

E come ha reagito?

L’unico altro linguaggio altrettanto forte ed universale con cui ho sentito di poter rispondere a questa ingiustizia è stato per me l’arte. Da lí è nata la scintilla che ha generato questa mostra. Una mia amica una volta mi ha detto “cerca di rimanere sempre coerente e vicina al tuo cuore”. Ecco questo è stato il mio modo di rimanere vicina al mio cuore.

Come ha costruito la mostra?

Quando ho cominciato a realizzare il progetto non sapevo quanto ci avrei messo. Mi sono messa in testa di andare a scovare ed incontrare tutte le variegate e colorate tipologie di famiglie che popolano la nostra società. Ho chiesto quindi a tante famiglie (coppie di fatto, conviventi, unioni omosessuali con e senza figli, famiglie allargate, etc.) di posare per due fotografie: una a volto scoperto, che ho tenuto per me, e restituito alla collettività in forma di ritratti a gessetto e una con delle maschere sul volto, che ho inserito in una cornice accompagnata dalla dicitura “Formazione sociale specifica”. Successivamente ho aggiunto anche una performance di espressione corporea realizzata live dalla mia compagna, che è stata parte essenziale di questo progetto, sia dal lato artistico, sia dal lato umano.

Cosa ha significato per lei questa esperienza?

È stato un viaggio bellissimo, che è partito da una sensazione individuale ma ha generato un piccolo grande movimento collettivo. Non avrei mai immaginato che da quel mio primo istinto di rabbia sarebbe nato questo lavoro straordinario di 9 mesi per la realizzazione della mostra e poi di un anno (festeggiato questo 9 marzo) per portarla in giro in tutta Italia. “Famiglie: mettiamoci la faccia” è un’occasione che ha permesso alle famiglie di mostrare e raccontare al mondo la bellezza dei loro nuclei familiari, che risiede proprio nell’unicità di ogni legame e unione familiare ovvero l’amore, inteso come assenza di barriere e di diversità. In questa avventura mi hanno accompagnato e supportato anche moltissimi amici e amiche, al punto che ad un certo punto abbiamo dovuto fondare l’associazione Artemixia per coordinare il nostro impegno.

Quali sono state le reazioni alla sua mostra fino ad ora?

Ci sono state reazioni molto differenziate, perplessità, diffidenza, curiosità, gioia, orgoglio… Ricordo però un aneddoto in particolare. Quando ho portato la mostra a Palazzo Ferraioli, davanti a Palazzo Chigi, non avevo la possibilità di appendere i quadri a parete. Allora ho deciso di creare in loco quello che in arte contemporanea si chiama “site-specifics”. È un tipo di istallazione particolare, nel mio caso i quadri per esempio erano appoggiati su supporti di legno che li sollevavano in orizzontale dal pavimento ad altezze differenziate. Li ho predisposti in modo tale che ci fossero stretti corridoi di passaggio e ho appeso alle due porte d’ingresso un cartello che diceva “procedere con delicatezza: presenza di famiglie”. L’obiettivo dei cartelli di invito era quello di far entrare le persone nella stanza e di portarle a guardare da vicino queste famiglie su cui tanto si era parlato e scritto, con l’obbligo però di fare attenzione a non urtare i supporti e quindi di rispettare tutta la loro delicatezza, fisica e metaforica.

Alla fine qualcuno li ha fatti cadere questi quadri?

Si, ad un certo punto una signora ha urtato involontariamente un quadro che è caduto rovinosamente. Lei si è scusata subito e le ho risposto “non si preoccupi, ha soltanto metaforizzato l’ “indelicatezza” del discorso mediatico e politico italiano”. In realtà poi ho scoperto che la signora era una sostenitrice dei diritti delle famiglie arcobaleno, quindi non rappresentava affatto quella categoria di persone che definirei indelicate. Alla fine però, anche grazie a quel piccolo incidente, ho avuto il piacere di conoscerla e scoprire il suo impegno.