di Davide Ricca

«Da te sia l’inizio, Febo , a che io ricordi le gesta
degli eroi antichi che attraverso le bocche del Ponto
e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia,
guidarono al vello d’oro Argo, la solida nave».
(Apollonio Rodio, Le Argonautiche, I, 1-4 trad.: G. Paduano)

«Era accendeva in questi semidei un suadente dolce desiderio della nave Argo perché nessuno presso la madre restasse in disparte a marcire lontano dai rischi la vita, ma trovasse con gli altri coetanei, anche a prezzo di morte, il miglior elisir del suo valore. E quando il fiore dei naviganti discese a Iolco, Giasone tutti li passa in rassegna e li elogia».
(Pindaro, Le Pitiche, Pitica IV, versi 327-337)

Come avrete intuito sono un appassionato di mitologia, in particolare di quella classica e greca. Altrimenti, all’indomani della non vittoria bersaniana, non avrei dato vita, con molti amici, agli Ateniesi, per dar manforte ai 300 Spartani capitanati da Tommy Giuntella, che sui social network avevano provato da soli ad affrontare la guerra contro i nemici persiani.
Un’esperienza forte e piena di soddisfazioni, che ha avvicinato, o ri-avvicinato, molti alla politica e che, sebbene marchiata come “renziana”, è stata molto di più. È stata avventura, amicizia politica, condivisione, confronto anche aspro, libertà, coraggio e, in un certo senso, anche prototipo. Come le macchine e la tecnologia sperimentata in Formula1, che poi si dipana e pervade il mercato generale delle automobili. Insomma, come i primi navigatori satellitari o i comandi elettronici al volante.
“Figo!” Forse, ma non basta e non è bastato. Molti di noi hanno assunto posizioni di responsabilità nel Partito Democratico, nuovi amici si sono avvicinati e altri hanno fatto scelte diverse. Siamo cresciuti. Ci siamo anche molto territorializzati, in Piemonte e a Torino. Oggi ci aspettano altre missioni, oggi sappiamo che non bastiamo da soli. Ma sappiamo anche che le avventure e le sfide non ci spaventano.
Adoro le immagini e le metafore. Adoro il senso di libertà e la carica che miti e romanzi hanno regalato alla costruzione dell’identità di ciascuno di noi. Prima raccontati, poi scritti, poi romanzati, poi rappresentati in arti visive, teatrali e cinematografiche. Un immaginario che aiuta e che serve a spiegare, che ci viene incontro quando dobbiamo ideare e definire i nostri progetti.
Ho ragionato con molti amici in questi ultimi tempi, molti di loro non “ateniesi”. Alcuni di loro hanno capito che non siamo solo delle macchiette portafortuna (anche se fino ad oggi di sfida non ne abbiamo persa una), che non siamo capaci solo a spostare sedie agli eventi di partito (anche se siamo abituati a spostarcele più che ad occuparle) e che siamo dotati di un certo grado di competenza politica, oltre che di consenso (anche se se ne accorgono di più i media che l’apparato locale). Alcuni di loro, persino alcuni che non hanno sostenuto Renzi, sono persone in gamba, anche se un po’ fuori dai posti che contano. Anche noi siamo fuori: sarà per quello che ci intendiamo.
Ho ragionato e stanotte ho pensato a un’immagine. Un’immagine che, prendendo spunto dalla Start Up che abbiamo utilizzato a giugno, oggi vorrei regalare a loro e a me stesso. E che, se interessa, potremmo prendere come spunto per intenderci su quello che c’è da fare. Quello che con uno slogan ho definito “una Mole di lavoro da fare”, con non velato riferimento alle faccende torinesi e al futuro del gioiello in cui vivo.
Questo gioiello va recuperato, va riscoperto, va aggiornato, gli va data linfa nuova e nuova progettualità negli eterni dilemmi:    ridimensionamento/riposizionamento; deindustrializzazione/turistificazione; conservazione/innovazione. Sì, spesso sono accusato di lavorare per slogan e sugli slogan. Forse. Ma credo che adesso servano, perché serve comprendersi e accordarsi sul linguaggio.
Avete voglia di fare come gli Argonauti? Se non conoscete il mito, guardate lo splendido film del 1963, quello dei fantastici trucchi (oggi diremmo degli “effetti speciali”) di Ray Harryhausen. Ci andiamo a riprendere il Vello d’Oro. Riusciamo a immaginare una nave che ci ospiti e che ci permetta di sentirci parte della costruzione della Torino che vogliamo?
Non so se siamo degni del paragone. Non so, insomma, quanto siamo eroi. Oltre a Giasone, uno per tutti ricordo che tra gli Argonauti c’era anche un certo Ercole e che gli altri non erano da meno. Ma tant’è.
Persino Dante, in una terzina del trentatreesimo canto del Paradiso, li prese a modello (anche se Giasone lo ficcò all’Inferno tra i fraudolenti) paragonando la sua meravigliosa avventura alla loro.

“Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo”
(Dante Alighieri, La Divina Commedia, versi 94-96)

Entrambe le imprese sembravano destinate al fallimento: Dante disponeva solo dell’italiano “volgare”, Giasone era partito solo con il suo “aratro”. E invece riuscirono. Ci sentiamo deboli anche noi, a volte, di fronte ai “Signori della Politica”. Ognuno di noi con poco nelle proprie mani e con grandi fatiche professionali e personali sulle spalle, soprattutto chi di noi non vive di politica.
Ma se vorrete, Torino sarà la nostra Iolco e andremo a recuperare il Vello nella lontana Colchide. Le differenze col mito degli Argonauti sono molte, altrettante saranno le difficoltà che incontreremo. Ma, come diceva qualcuno, spesso il viaggio può essere più avvincente del raggiungimento della meta. Lo so che per chi fa politica seriamente al servizio della sua comunità non può essere semplicemente così, ma una cosa è certa: se non siamo disposti a metterci in mare resteremo unicamente “voci che urlano nel deserto”.