Era già successo in Argentina, all’inizio di questo secolo. La spericolata politica neoliberista del presidente Menem, fedele esecutore delle “ricette” del Fondo Monetario Internazionale (FMI) aveva portato il Paese latinoamericano a essere la prima nazione sovrana al mondo a dichiarare default, ovvero l’impossibilità di onorare il proprio debito pubblico. In altre parole, l’Argentina è fallita, come capita alle imprese private. Prodigi dell’economia neoliberista.

E questo “fallimento di Stato” aveva avuto ripercussioni pesantissime sull’economia, con una fuga di capitali che aveva messo in ginocchio le imprese, costrette a chiudere per mancanza di liquidità, lasciando migliaia di persone senza lavoro. Ma i disoccupati non si sono persi d’animo. Hanno occupato le loro fabbriche e le hanno fatte ripartire in modo autogestito, sotto forma di cooperative di lavoratori.

Nascono così le empresas recuperadas, le imprese recuperate.

Dal momento che le ricette neoliberiste avevano dato un così buon esito in Sudamerica, l’Occidente decide di riproporle ovunque, in particolare nell’Unione Europea. Così, anche da noi molte nazioni rischiano il default, prima fra tutte la Grecia, ma a seguire anche l’Italia. Il fallimento viene evitato a prezzo di enormi sacrifici, sempre sulle spalle dei lavoratori, naturalmente. E anche da noi quella che all’inizio è una crisi finanziaria (originata dai mutui subprime e scoppiata col crollo della banca Lehman Brothers) ben presto si ribalta sull’economia reale, provocando una moria di imprese, in alcuni casi effettivamente abbattute dalla crisi, in altri casi semplicemente delocalizzate, approfittando cinicamente del caos che travolge il nostro sistema produttivo.

Questa ondata di chiusure provoca una marea di disoccupati, persi in un limbo fatto di mobilità, cassa integrazione, ammortizzatori sociali e la flebile e spesso illusoria speranza che arrivi un imprenditore senza macchia e senza paura a rilevare l’azienda e a salvare produzione e posti di lavoro. Una soluzione che si rivela spesso ingannevole, visto che tali “imprenditori” hanno l’esclusivo interesse di acquisire macchinari e processi produttivi, per poi abbandonare nuovamente le fabbriche al loro destino.

I casi di questo genere sono molti e fra questi rientra anche la vicenda della Rimaflow, fabbrica recuperata di Trezzano sul Naviglio (MI) la cui esperienza ci è stata raccontata da Gigi Malabarba in un incontro sull’autogestione organizzato da MAG 4 ((Mutua Auto Gestione, cooperativa che si occupa di finanza etica ed economia solidale) e ospitato presso il circolo Arci Il Molo di Lilith (Via Cigliano 7, Torino).

Alcune delle fabbriche recuperate in Italia da cooperative di lavoratori hanno potuto godere del supporto istituzionale fornito dalla legge Marcora, implementata col decreto “Nuova Marcora”, che consente agli ex dipendenti dell’azienda fallita di finanziarsi a condizioni di favore, ma Rimaflow non aveva i requisiti per accedere a queste agevolazioni. Ciononostante, quando la Maflow, azienda specializzata in componentistica per auto, chiude nel dicembre 2012, un gruppo di lavoratori decide di recuperare la fabbrica, riconvertendo l’attività verso il riuso e il riciclo dei RAEE, le apparecchiature elettriche ed elettroniche, e diventando la Ri-Maflow, la “rinata” Maflow (dove il “Ri” sta anche per Riuso, Riciclo, Riappropriazione …). Oggi il progetto iniziale ha conosciuto un notevole sviluppo, tanto da configurarsi come una vera e propria “Cittadella dell’altra economia”.

Ma il percorso è stato tutt’altro che agevole e ancora oggi si presentano una serie di ostacoli piuttosto rilevanti, in particolare sotto l’aspetto giuridico. Un vero peccato, perché le esperienze di questo tipo andrebbero incoraggiate e aiutate il più possibile in questo momento di crisi, visto che permettono di conservare l’attività e i posti di lavoro sul territorio e riconvertono la produzione in senso più sostenibile ed ecocompatibile. Al tempo stesso propongono un diverso paradigma di impresa alternativo a quello tradizionale, basato sulla dicotomia imprenditori / dipendenti, dimostrando con i fatti che un modello di azienda autogestita è sostenibile e produttivo.

In questo caso a guidare l’attività è l’Associazione Occupy Maflow (nel nome c’è un chiaro riferimento a movimenti simili, quali Occupy Wall Street) che controlla la cooperativa omonima, la quale a sua volta gestisce la produzione. L’esigenza di creare una rete di supporto sociale ha poi portato, come si legge nel loro sito, a “un progetto di Casa del Mutuo Soccorso (aderente a Fitel), che integra tutte le attività sociali e solidali” alla creazione del circuito “FuoriMercato” (www.fuorimercato.com) per la distribuzione di prodotti biologici, a ospitare nei locali della fabbrica un certo numero di imprese artigiane, nonché svariate attività culturali. Un modello gestionale che recupera le “esperienze nate agli albori del movimento operaio”.

In questo modo i dipendenti, defraudati dalle commesse che l’azienda madre ha dirottato su altri stabilimenti, delocalizzando la produzione originaria, si sono rimessi in attività creando il lavoro dall’interno, entrando nel ciclo del riciclaggio dei rifiuti, in particolare i RAEE, ma non solo.

Un settore dove tuttavia gli interessi in gioco sono enormi e non sempre cristallini, dove si rischia di imbattersi in organizzazioni criminali e in gente che non si fa scrupolo di mettere i bastoni fra le ruote a dei lavoratori che stanno semplicemente cercando di ricostruirsi un futuro dopo essere stati incolpevolmente defraudati del proprio posto di lavoro.

Succede così che Rimaflow si sia trovata invischiata, suo malgrado, in un’inchiesta sul traffico di rifiuti e che il suo presidente, Massimo Lettieri, sia finito in carcere con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti. L’inchiesta è tuttora in corso e, sebbene i soci di Rimaflow siano convinti di poter dimostrare la propria assoluta estraneità a qualunque tipo di attività criminosa, l’azione giudiziaria della magistratura complica non poco l’attività della cooperativa, che cercava faticosamente di ripartire dopo la chiusura della fabbrica. Un tentativo di rinascita che ha trovato il plauso e il sostegno di larga parte della società civile, a partire dalla Caritas diocesana e dal supporto dello stesso vescovo di Milano, mons. Mario Delpini.

Ma ora questa inchiesta, pur partendo da attività non riconducibili direttamente a Rimaflow, rischia di farle chiudere i battenti, anche a causa della messa sotto sequestro dei conti correnti da parte della magistratura, con una conseguente crisi di liquidità a cui si è cercato di porre rimedio con una raccolta fondi. Come se ciò non bastasse Rimaflow, nonostante tutti i tentativi fatti per regolarizzare la propria posizione, rimane giuridicamente fuori norma, in quanto occupa i locali della fabbrica senza averne formalmente i titoli e quindi la proprietà dell’area industriale (Unicredit) ha chiesto lo sgombero dei locali.

Attualmente è in corso una trattativa con la Prefettura per cercare una soluzione e per regolarizzare ufficialmente la presenza e le attività di Rimaflow, ma nel caso non si arrivasse a un esito positivo, la data fissata per l’esecuzione dello sgombero è il prossimo 28 novembre. Se ciò avvenisse, questo tentativo “dal basso” di salvaguardia dell’occupazione e dell’economia del territorio verrebbe stroncato, lasciando il campo all’ennesimo esempio di declino post-industriale e al rituale ricorso agli ammortizzatori sociali che finiscono per pesare sulla contabilità generale, generando una perdita per tutti.