Se parliamo di una quota dei 16mila migranti che il governo di Netanyahu vuole spedire in Italia come se fossero casse di polpelmi, viene in soccorso delle nostre coscienze e soprattutto di una parte di quelle israeliane un penetrante e premiato film del 1960: Exodus.

Dietro la macchina da presa c’era un regista, nato sotto l’impero austro-ungarico di origine ebraica, che ha scritto più pagine del lungo racconto dell’industria cinematografica di Hollywood: Otto Preminger. La trama pone al centro (la sceneggiatura è di Dalton Trumbo, una delle grandi vittime della caccia alle streghe maccartista) i drammatici, ma romanzati, eventi che riguardarono migliaia di ebrei desiderosi di contribuire alla nascita del nuovo Stato di Israele.

Il contesto temporale è quello del 1948, quello politico lo scontro tra il vecchio ordine mondiale, tardo imperialismi britannico e francese, e il nuovo di nazioni e popoli che rivendicavano una patria. Nel film l’epilogo è positivo pur nella sua melodrammatica storia d’amore tra i protagonisti della pellicola, il divo Paul Newman e l’l’affermata eroina de “Il fronte del porto” Eve Marie Saint. L’opposto di quanto avvenne invece nella realtà, che diede ben poco da gioire ai profughi ebrei sballottati da un campo di prigionia all’altro.

Sono passati 70 anni da quei fatti. Ma non è passata la disperazione, sempre la stessa, anche se si manifesta con passaporti diversi. Ci consola però sapere che oggi in cabina di regia del nuovo esodo vi sia un professionista del calibro Netanyahu. Per l’esperienza acquisita dal suo popolo fin dai tempi di Mosè nell’attraversare mari e monti è sicura garanzia di pieno successo. Potremmo persino chiedere a Netanyahu di organizzare una stage a Bardonecchia. In fatto di invasioni di frontiera il giovin democratico Macron avrebbe parecchio da imparare.