La sindaca di Torino, Chiara Appendino, assicura che entro la fine del suo mandato le palazzine dell’ex Moi, il villaggio olimpico occupato da profughi e migranti, saranno completamente sgomberate.

Lo ha spiegato la prima cittadina dopo che la prima palazzina è stata oggi liberata dagli occupanti.

«Novanta persone – senza tensioni, con ordine e in clima disteso – sono state trasferite questa mattina in alloggi. Nel mese di agosto l’equipe che segue il progetto sarà presente e seguirà i singoli casi e, dai primi di settembre, inizierà a ragionare in un quadro complessivo che è l’obiettivo di questo progetto», ha spiegato la sindaca.

I profughi che hanno lasciato la palazzina sono inseriti nel “Progetto MOI, Migranti, un’Opportunità di Inclusione”, che vede coinvolti Comune di Torino, Regione Piemonte, Prefettura, Questura, Diocesi e Compagnia di San Paolo.

Un progetto che, evidenziano da Palazzo di Città, prevede di agire sulla «costruzione di processi di integrazione e inclusione sociale di lungo periodo, senza perdere di vista il contesto nel quale si opera e le grandi sfide che i fenomeni migratori pongono alle nostre comunità».

Si tratta di un’iniziativa che si propone di affrontare concretamente ed efficacemente la cosiddetta “questione della terza accoglienza”, in particolare il caso dei titolari di protezione internazionale e umanitaria che, conclusi i percorsi di accoglienza, pur avendo titolo a restare in Italia, non hanno raggiunto un livello sufficiente di autonomia lavorativa ed abitativa.

«Continueremo a lavorare – aggiunge Appendino – nella consapevolezza che condizioni di occupazione professionale continuativa e di abitazione stabile possano assicurare loro una vita dignitosa e un inserimento positivo per loro e per la comunità che le ha accolte».

Continua la sindaca: «Il risultato di oggi è frutto di mesi di dialogo e confronto e conferma che il lavoro di squadra, costituita da Comune di Torino, Regione Piemonte, Prefettura, Questura, Diocesi e Compagnia di San Paolo, ha funzionato. Fondamentali sono state le collaborazioni sia di enti e associazioni che operano nel campo dell’accoglienza, sia delle agenzie formative e d’inserimento lavorativo e il mondo del terzo settore e del volontariato attive sul territorio di riferimento e in generale a Torino».

«Attenzione particolare è stata e sarà dedicata alle persone in accoglienza e a quelle che hanno aderito a percorsi d’inserimento lavorativo. D’altro lato si allargherà la platea dei beneficiari proseguendo con le interviste di mappatura al fine di raccogliere informazioni sugli occupanti e delineare dei percorsi rivolti all’autonomia. L’esperienza acquisita mostra inoltre come le attività di accompagnamento giuridico e la sottoscrizione dei patti individuali di accompagnamento, permettono di stabilizzare i percorsi individuali in un’ottica di medio/lungo periodo», conclude Appendino.

Anche per l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, la strada intrapresa è quella giusta: «La liberazione di una palazzina dell’ex Moi, diventi un modello di riferimento per tante altre situazioni del genere. Non penso solo agli immigrati ma ai milioni di poveri, ai giovani, a chi subisce uno sfratto incolpevole, a chi vive sulla strada, a chi è solo e abbandonato a se stesso… insomma ad ogni persona che soffre e sollecita il coinvolgimento e la solidarietà di tutti».

«Il percorso avviato e che si snoderà anche nei prossimi anni – sottolinea l’arcivescovo – risponde all’insegnamento di Papa Francesco che, nel messaggio per la giornata dell’immigrato, indicava alcuni passi da compiere. Anzitutto l’accoglienza basata sulla conoscenza e incontro con ogni persona o famiglia ma vissuta sul piano umano per condividere e rispettare la dignità di ogni persona, i suoi problemi e necessità, le sue speranze. Questo approccio personalizzato è risultato vincente perché ha fatto sentire ogni persona soggetto del proprio domani».

«Ma l’accoglienza anche abitativa non basta a garantire una vita serena e dignitosa, Occorre procedere poi con l’accompagnamento, l’integrazione e la condivisione», conclude Nosiglia