C’è la voglia di costruire un modello nuovo, e per farlo bando a piagnistei e a una politica che si guarda i piedi. Per Evelina Christillin, donna di punta di una Torino che vuole costruire, guardare avanti, accettare le competizioni e possibilmente vincerle, «se c’è uno sbaglio che tanti fanno e che si fa è quello di volersi paragonare a Milano o per dire non siamo come loro o per peggio ancora dire “ci hanno rubato tutto”».

Il dna da donna di sport si coglie, nel suo progettare l’imprenditoria e, con essa, il rilancio di una città che anche attraverso le sue scelte, i suoi incarichi e la sua caparbietà, ha goduto di quel “modello Torino” che oggi, dai primi anni ’90, si è inesorabilmente esaurito.

Evelina Christillin, il suo aiuto a Valentino Castellani per rimodulare un modello di città un tempo esclusivamente fordista, poi le Olimpiadi, poi il Teatro Stabile e oggi, presidente del museo Egizio. Anche lei patisce la competizione di Milano?

Se uno si mette il portafoglio in una tasca aperta e lo lascia lì in bella vista, non è scontato, ma probabile che qualcuno questo portafoglio se lo prenda. Se si chiude con attenzione non solo non glielo prendono, ma quel denaro resta per fare degli investimenti con qualcun altro.

Siamo una preda facile, o non siamo capaci a difendere e organizzare ciò che abbiamo?

La storia di Milano è stucchevole, sinceramente credo che la cosa migliore sia contare sulle proprie forze, sulla propria cultura, sulla propria tradizione innescando dei processi virtuosi e innovativi. Abbiamo una storia che è importante perciò, piuttosto che continuare a lamentarsi, bisogna cambiare paradigma.

La crisi del 2008 morde ancora?

Ha toccato un po’ tutti e la stiamo ancora pagando. L’area torinese in particolare è stata falcidiata da 130mila posti di lavoro in meno negli ultimi vent’anni, con degli spostamenti in altre zone di Italia: la chiusura dell’universo Fiat, è un colpo basso che chiunque assorbirebbe con estrema difficoltà. Il livido c’è, a volte la cicatrice richiede tempo per essere riassorbita.

Quali sono stati gli elementi più esacerbanti di quella crisi?

Due grosse diaspore: quella della Fiat e della banca. Quando noi abbiamo fatto le Olimpiadi c’era l’Istituto Bancario San Paolo poi Imi: nessuno ha intenzione di dire che Intesa San Paolo non vada bene, ma molti posti di lavoro che erano qui sono stati trasferiti. La Banca fa molto per Torino, ci mancherebbe però dal punto di visto di impieghi e di forza lavoro il territorio ha avuto delle conseguenze piuttosto pesanti.

E Fiat?

A regime, bisognerà vedere la questione Fiat Peugeot che impatto avrà sull’indotto, che cosa significherà per la forza lavoro torinese. Dicono che Carlos Tavares sia personaggio molto duro, vedremo cosa accadrà. Ma non ci dobbiamo deprimere né alzare bandiera bianca. Si può fare molto bene con ciò che c’è.

Qual è lo stato di salute del Museo Egizio?

È un museo che sta facendo degli ottimi risultati ormai da tanti anni, sicuramente da quando è stato possibile utilizzare al meglio un grosso investimento che ha coniugato forze pubbliche a quelle private, uno dei più grandi fatti in Italia negli ultimi anni: 50 milioni suddivisi tra i 20 dal pubblico e 30 dal privato che hanno permesso di ristrutturare il museo e di raddoppiarlo come dimensione, di avere un giovane direttore, geniale, come Christian Greco che ha portato il museo ad essere un’eccellenza non solo per il numero degli ingressi ma a livello di ricerca, per gli studi che si fanno, per le mostre che vengono organizzate all’estero.

Anche lo sport è trainante per la città?

Ci sono due squadre Torino e Juventus, con due stadi che funzionano, entrambe in serie A. la Juventus che gioca partite internazionali, convoglia a Torino spettatori da mezzo mondo, soprattutto per le partite di Champions. Questo sottolinea che non siamo una landa desolata. Se bisognerà cambiare un treno a Milano per andare a Venezia non sarà una tragedia. Un treno alle 6 del mattino e uno a mezzanotte per collegare Torino e Milano sarebbe opportuno per poter consentire trasferimenti a chi deve usufruire di tutta la giornata e la sera in una delle due città.

Torino è sempre stata una città laboratorio, ora?

C’è un problema di classe dirigente a tutti livelli, sia politico, sia filosofico, intellettuale, imprenditoriale. Torino è stata una città laboratorio ma anche di pensiero; oggi guardandosi intorno nessuno fa male il proprio lavoro però, dovendo pensare a una classe dirigente che dice la sua a livello nazionale e che sia portata ad esempio, c’è molto poco. I giovani brillanti, se ne vanno; c’ una stagnazione dei cervelli che poi si riflette sia in campo culturale, sia nel campo imprenditoriale, sia nei corpi intermedi.

Qualche giorno fa il presidente di Fondazione Crt Giovanni Quaglia ha presentato dieci punti per il futuro, che ne pensa?

Penso che sia stato un incontro pieno di progettualità e di ottimismo. Punti ai quali guardare. Abbiamo la fortuna di avere due grandi fondazioni bancarie, cosa che non hanno le altre città, che intervengono in modo importante in tanti settori della vita regionale e cittadina che altrimenti non riuscirebbero a sopravvivere. Il sindacato parla poco, l’impresa c’è poco. Siamo una città che sta riprendendo le sue misure.

Che ne pensa delle Sardine? Il 10 dicembre saranno in piazza a Torino.

Il messaggio lanciato dalla piazza delle Sardine è molto utile. La storia che spero non si ripeta è quella dei tanti movimenti, nati su temi specifici e sacrosanti, che poi non avendo un collante politico e una rappresentanza vera e propria si sono persi. Ho sentito spesso parlare uno dei coordinatori, Mattia Sartori, con un’aria scanzonata nel senso buono del termine, ha il grande merito di non prendersi troppo sul serio ma di dire cosa importanti.

È proprio l’aria scanzonata che a molti dà fastidio, insieme all’assenza di proposte da parte loro.

Una persona può non avere la spocchia di chi ti insegna a vivere, ma che chiede cosa si vuol fare nei confronti del cambiamento climatico, che ti dice di non volere che persone vengano trattate come degli inferiori, che è contro il razzismo, che fa dichiarazioni apolitiche. Non si sono schierati contro qualcuno ma vogliono modi e comportamenti più civili; in questo senso non posso che dar loro ragione.

Dovesse dare una ricetta alla politica, come si risponde?

Quale politica? Perché oggi è tutta talmente liquida. Il problema vero è che la politica non c’è più. Vede, prima fanno un governo con uno poi con un altro, dicono e fanno il contrario, gli stessi 5 stelle che erano partiti duri e puri, io non li ho mai votati ma sembravano avere delle diversità rispetto alla politica tradizionale, oggi sono assolutamente assimilati e in qualche modo incollati alle poltrone in un deja vu dei partiti storici, benché si chiamino movimento. La politica non esiste più, ma esistono dei temi importanti, clima, equità sociale, pari diritti, pari opportunità. Le Sardine, alla fine, chiedono che chi li rappresenta lo faccia in modo educato, con proprietà di linguaggio, senza l’odio che popola i social.

In che rapporto è con la sindaca Chiara Appendino?

Sono sono in ottimi rapporti con Appendino. Quando lei venne eletta ormai quasi tre anni e mezzo fa, essendo io molto conosciuta e presente a Torino, in molti si domandavano che rapporto avremmo avuto, ed erano pronti a scommettere che non ci saremmo capite.

E invece?

Dal primo giorno abbiamo avuto un ottimo rapporto, la stimo, vado d’accordo con lei e siamo spesso in sintonia su tanti tempi; la trovo colta, educata, con un’istruzione superiore poliglotta. Tutto quello che le sta intorno, il Movimento Cinque Stelle, i loro no, il loro no alle olimpiadi successive, il no alla Tav, quell’affermazione surreale sul Salone dell’Auto non le condivido neanche un po’.

Una donna e un sindaco in scacco alla sua maggioranza politica?

Non mi metto nella testa di Chiara Appendino perché sarebbe irrispettoso, però è la sua maggioranza e ci deve fare i conti. Alla luce di quanto visto fin qui, non credo che il Movimento Cinque Stelle avrà un grande seguito se si ripresenterà alle prossime amministrative e non so cosa voglia fare Appendino che di certo è un ottima persona. Io credo che questa esperienza, i torinesi non la vogliono ripetere.

I rumor dicono che da più parti lei sia corteggiata per correre alla poltrona di sindaco nel 2021.

I rumor ci sono. Può essere che qualcuno me l’abbia ventilato e non dico di no, ma ho chiaro il senso dei miei limiti e di quello che posso e voglio fare. La politica è da tempo, da quando abbiamo vinto la candidatura delle Olimpiadi, che mi si propone, ma non l’ho mai fatta. Deve farla chi sa, io non sono adatta, magari sono capace di fare tante altre cose quindi faccio tanti auguri al prossimo sindaco di Torino.

Cosa consiglierebbe ai candidati?

Consiglio di ricordarsi la famosa frase di Gramsci, che citava “l pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.” “Anche quando tutto sembra perduto, bisogna mettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”. Torino ha la praticità e la concretezza della chiave a stella, dell’artigiano che sa fare una cosa e la fa. Se si pensa proprio alla storia di questa città, le scommesse vinte sono state tante ma c’è sempre voluto il coraggio di fare un passo in avanti, coniugando il coraggio con la capacità.

Ci va il coraggio del sogno?

Sognare non vuol dire nulla, perché poi ci si sveglia e il sogno è stato bello ma è svanito,. Accettare le sfide e avere il coraggio di una visione coraggiosa e realizzabile. Questo deve essere il nuovo paradigma.