In questo paese si parla molto (a sproposito) di memoria solo quando le giornate celebrative di vere e proprie tragedie lo impongono (dalla recente ricorrenza sulle “foibe” alla Shoah etc.).

Come spesso accade sembra prevalere la strumentalizzazione politica del passato ai fini di un presente manipolato, piuttosto che la terapeutica metabolizzazione sincera e collettiva volta a comprendere il senso profondo di quello che è capitato per costruire una memoria solida su cui far crescere un sentire comune e non divisivo.

Se Berlino non rimuove la Germania hitleriana e le sue atrocità e le ricorda attraverso segni pubblici che riportano a un passato scomodo cosa fa l’Italia? Incolpa il colonialismo francese e il franco CFA di essere una concausa delle migrazioni attuali ma dimentica le proprie responsabilità.

Il nostro paese da una parte non sembra possedere una adeguata percezione di cosa abbiano rappresentato le guerre coloniali italiane in Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia e dall’altra sembra non provare vergogna davanti a rievocazioni che sfiorano la parodia (gli italiani brava gente che si fanno ritrarre con le faccette nere).

Senza dubbio l’esercizio della memoria può essere molto doloroso e costringere a un faticoso lavoro individuale prima che collettivo. La via della rimozione, apparentemente meno impervia, sembra la modalità più funzionale e più adatta a superare traumi e sensi di colpa senza avventurarsi in un percorso scomodo alla ricerca delle verità.

Queste riflessioni mi sono venute alla mente leggendo l’ultimo libro di Annie ErnauxMemoria di ragazza” (2016). L’autrice, che adotta una scrittura autobiografica al contempo delicata e scabrosa, porta alle conseguenze più estreme il lavoro di scavo delle proprie esperienze più intime e inconfessabili abbandonando coraggiosamente ogni difesa protettiva e rivelandosi attraverso una nudità disarmata.

La tecnica di lavoro e di scrittura che l’autrice utilizza per comporre le sue opere è sempre la stessa: parte in genere da una vecchia fotografia che la ritrae sola o in compagnia di familiari, amici o colleghi e inizia a descrivere se stessa in modo oggettivo, distaccato, chirurgico e spesso implacabile.  Ernaux prende distanza mentale ed emotiva dal soggetto che compare in fotografia e lo osserva out of the box (fuori dalla scatola sociale che lo racchiude), per procedere a una analisi il più possibile distaccata dal contesto. Da lì procede attraverso un lavoro archeologico di scavo e di pulizia dei reperti di memoria alla ricerca di qualcosa che si fa via via più chiaro mano a mano che procede il lavoro di dissotterramento.

“Memoria di ragazza” è un’autopsia emotiva dura e senza sconti. L’incipit della sua analisi è il racconto della prima esperienza sessuale dell’autrice. Ingaggiata per una stagione estiva da educatrice, Annie si ritrova per la prima volta da sola lontano da casa: ha appena terminato gli studi liceali in un collegio di suore, proviene dal piccolo paese normanno di Yvetot e sente prepotente il desiderio di liberarsi al contempo da un vissuto scolastico repressivo e bigotto e dal peso di una modesta famiglia di bottegai che gestisce un bar-drogheria di paese.

Decide di liberarsi della meschinità che l’ha soffocata fino ad allora concedendosi la prima sera a un educatore anziano con fama di tombeur de femmes. Il rapporto è goffo è brutale: la “ragazza”, che si impegna pateticamente a far emergere note romantiche dall’incontro, diventa lo zimbello della comunità (“puttana della domenica”) che non le perdona i reiterati tentativi di trasformare l’incontro in una storia d’amore. E il libro prosegue narrando le vicende che la porteranno negli anni successivi ad avviarsi, dopo un fallimentare tentativo di studio in Inghilterra, agli studi superiori e poi all’università a Rouen.

Ernaux, considerata fra le massime autrici francesi contemporanee, impiega 58 anni per arrivare al difficile parto letterario di quelle sue esperienze : una indispensabile distanza temporale che le permette di porre su un tavolo da anatomo-patologa la ”ragazza” che è stata.

Le medesime operazioni di sezionamento della propria vita, mai per la verità raccontata come autobiografia complessiva, le ritroviamo in altri splendidi libri.

Nel “Il posto”, scritto dopo la morte del padre, Ernaux analizza il suo rapporto complesso con la cultura contadina e umile delle origini; una cultura dapprima sentita come un peso e in seguito riconsiderata attraverso il recupero della figura paterna, uomo di grande dignità.

Ne “L’altra figlia”, dolente lettera scritta alla sorella mai conosciuta, l’autrice racconta di aver scoperto solo a dieci anni, origliando una conversazione dei genitori, che prima di lei era nata Ginette, morta per difterite. E se Ginette fu la figlia amata e santificata, Annie, che può abitare nel mondo solo a causa di quel lutto, fu ribelle e insofferente dei limiti famigliari. Solo forse con il suo libro più famoso Annie Ernaux abbandona questa durezza introspettiva per una cavalcata attraverso i suoi anni di vita (dal 1940 al 2008, anno della edizione francese) unendo le sue vicende a quelle pubbliche e realizzando una sorta di inventario generale nel quale i ricordi si mescolano alle idee, alle aspirazioni, alle delusioni delle generazioni che ci sono passate dentro: davvero non manca nulla in quel libro prezioso che riesce, con la prosa assolutamente rigorosa e tagliente tipica della scrittrice, a condensare il senso della storia collettiva con una capacità di sintesi davvero impressionante e coinvolgente. Insomma non un mercato delle pulci in cui trovi oggetti dimenticati ma la straordinaria e progressiva mutazione del contesto: dall’Algeria al Vietnam, dal femminismo all’incubo dell’Aids, dalla ricostruzione post guerra al benessere tecnologico e così via.

Provate a leggere qualcosa di questa scrittrice unica e straordinaria che, a mio parere avrebbe meritato il massimo premio letterario, sarà una esperienza di lettura inconsueta e affascinante.