Sul caso Emanuela Orlandi in arrivo nuove testimonianze. Ma non chiamiamolo più mistero. Perché Emanuela è stata rapita? Sono passati 35 anni da quel 22 giugno 1983 quando una quindicenne, figlia di un messo pontificio, sparì uscendo da una lezione di flauto dalla Basilica di Saint Apollinare.

Non ipotesi, ma testimonianze dirette (seppure protette dalla tutela delle fonti) che rompono il muro di gomma alzato in tanti anni.  Si tratta delle parole di un anziano monsignore al quale venne riferito che la povera Emanuela morì subito dopo il rapimento, dopo essere stata portata all’Aventino, nel centro di Roma, su una Bmw verde, e aver tentato di fuggire. Un malore? Un’aggressione finita male? Oppure cos’altro? Purtroppo le indiscrezioni pare confermino la malaugurata tesi che vedrebbe la ragazza uccisa e portata verso Nord, in direzione di Bolzano, città di cui non a caso si è parlato più volte nelle varie inchieste giudiziarie ormai archiviate.

Di certo tra chi segue la vicenda si possono distinguere due approcci. Quello di chi si accontenta di sguazzare in un polverone di tesi (pedofilia, satanismo, trame internazionali, ricatti nell’ambito della vicenda Ior-Ambrosiano-criminalità organizzata e fondi per Solidarnosc) in uno dei periodi più torbidi della storia italiana, senza alcuna speranza di estrarre non tanto la verità ma un barlume di logica. E chi invece ha preso atto di molti, troppi fattori e personaggi che portano a precise piste dietro il rapimento, al quale va affiancato anche quello di un’altra quindicenne romana, Mirella Gregori. Le nuove indiscrezioni confermerebbero la tesi elaborata nel libro “Il Ganglio” di Fabrizio Peronaci, secondo cui il rapimento della ragazza italiana sarebbe stato attuato come pressione sul presidente della Repubblica Sandro Pertini, nell’ottica del discorso-grazia per l’attentatore del Papa Ali Agca.

Non mancano dettagli nuovi e sconvolgenti, ora anche nel gruppo Facebook “Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci”: Mirella portata in un appartamento alla periferia di Roma, in zona Anagnina; Mirella alla quale venne data una musicassetta con le canzoni di Lucio Battisti, mentre lei aveva chiesto Claudio Baglioni; Mirella che si sarebbe prestata a stare fuori da casa una settimana, in cambio di un motorino “Ciao” in regalo, ma poi scomparsa perché diventata troppo “scottante”.

Particolari che rendono drammaticamente reale il racconto su un rapimento di fatto ignorato dai media. Si tratterebbe di elementi concreti che danno forza a coloro che non si sono mai arresi nella ricerca della verità, lottando anche per una possibile riapertura del caso.

Ben altro che le chiacchiere e le azioni di depistaggio che hanno alimentato devastanti polveroni che non hanno portato a nulla se non a coprire i veri responsabili di questi drammi e i loro complici in una apparente confusione generale sul caso. Anche in queste testimonianze emergerebbe il ruolo chiave del discusso fotografo Marco Accetti e troverebbero avallo i frutti delle indagini portate avanti per anni con tenacia e passione dal Procuratore Capaldo, fino alla clamorosa archiviazione del caso ad opera del procuratore capo Giuseppe Pignatore, nonostante “persistano importanti indizi”.

Non sorprende quindi il tono con cui molti media oggi commentano questo disgraziato anniversario dell’ennesimo “mistero italiano”, parlando in modo generico di Ior, Marcinkus, Banda della Magliana, concludendo che “la reale natura dell’evento non è stata ancora definita”. Come se si trattasse di un ufo o di un fenomeno paranormale. In realtà il caso ha contorni e protagonisti tutt’altro che misteriosi e complicità e silenzi che sembrano puntare verso le mura vaticane e alcuni suoi chiacchierati dossier (sempre che non siano stati bruciati).

In Vaticano sanno molte cose ma un’autentica voglia di collaborare nella ricerca della verità non è mai emersa. A partire dal rifiuto delle rogatorie sui carteggi e sulle telefonate sul caso che avevano un addirittura un apposito codice (fatto documentato e mai smentito). Telefonate che hanno visto protagonista un personaggio enigmatico, il fotografo e uomo di teatro off Marco Accetti, la cui voce corrisponde con quella dell’Amerikano delle prime telefonate, autoaccusatosi del rapimento e doppiogiochista tra le due fazioni clericali in lotta nella fase finale della Guerra fredda che ha portato all’implosione del blocco sovietico.

Ora c’è chi propone di aprire una Commissione parlamentare sulla vicenda. Certo, potrebbe essere un atto di chiarezza e di approfondimento, ma l’esperienza delle commissioni aperte su tanti misteri e drammi italiani non sembra rassicurante. L’unica cosa che ha tenuto viva questa vicenda per molti sicuramente scomoda è la mobilitazione affiancata dal grande supporto popolare che la famiglia Orlandi ha saputo mantenere negli anni in tante manifestazioni e interventi. E sconforta, ma fino a un certo punto, che l’audience del programma sulla Orlandi proposto da La7 il 20 giugno abbia raccolto appena il 3% circa di share.

A portare acqua al mulino della verità, per consolarsi, ci cono i nuovi e drammatici elementi emersi, con la testimonianza di uomini di fede che si sono rivolti al blog di Peronaci e, a quanto pare, vogliono rompere il silenzio. E così sia. Ma non chiamatelo mistero, perché di elementi per entrare nel merito ve ne sono molti, se davvero si vuole capire cosa accadde in quei torbidi anni e regalare a questo Paese verità e giustizia.