Con Sergio Marchionne ci ha lasciato un uomo severo: con se stesso, prima che con gli altri. Una caratteristica che precede qualunque giudizio che i suoi aedi hanno riportato nei minimi particolari in questi giorni di biografia mediatica inevitabile.

Sulla severità Marchionne ha costruito la sua etica del lavoro, condivisibile o meno, comunque primaria fonte di ispirazione per dare forma all’autorevolezza professionale che dovrebbe coincidere, ma non sempre accade, con il potere gerarchico. E in nome della severità uomini come Marchionne, che hanno lottato nella vita per realizzarsi o lottare per un sogno, una fede, una visione, chiedono gli straordinari al proprio corpo.

Carne ed ossa, il più delle volte lesionate, che prima o poi presentano il conto, senza appelli supplementari o esami di riparazione (del corpo). D’istinto nella drammaticità degli eventi viene da scrivere o da dire con naturalezza estrema che è il corpo a tradire, ad abbandonarci, a dirci addio con incomprensibile violenza.

Mai cosa più falsa detta e scritta per nascondere quante mortificazioni sono state quotidianamente inflitte al corpo, trascinando in questo gorgo malsano l’incolpevole spirito costretto a giustificare comportamenti e stili di vita insalubri prodotti dalla mente.

Tormenti di vita che più di altri il severo s’infligge e infligge senza risparmio agli altri, rinunciando così anche alla tolleranza, benevola compensazione con cui il severo potrebbe concedere una tregua ai suoi doveri. Imprigionato com’è dentro una disciplina che non gli offre vie d’uscite, raramente avviene.

Al severo non rimane così che fiondarsi nella solitudine, l’unica scelta di vita che cela all’esterno la fragilità di cui siamo permeati e a cui siamo legati per sentirci umani.