L’Italia scende in piazza contro “La buona scuola”. Dopo sette anni, Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Snals, Gilda e Cobas protestano uniti contro la riforma dell’istruzione voluta dal governo Renzi; sette i cortei principali – Aosta, Milano, Roma, Bari, Catania, Palermo, Cagliari – ma sono molte le iniziative organizzate da nord a sud lungo tutta la penisola. Come il blitz organizzato all’alba di fronte al ministero dell’Istruzione dagli studenti universitari, al grido di “Vogliamo una scuola buona davvero”.
Il premier Matteo Renzi, riferendosi a uno dei punti principali della riforma, spiega di non comprendere uno sciopero contro quello che si presenta come un piano da 100mila assunzioni a partire da settembre. «Non oso immaginare cosa avrebbero potuto organizzare se, invece di mettere 3 miliardi, avessimo fatto tagli come tutti gli altri governi», ha affermato.

Ma “La buona scuola” non si riduce a questo. I motivi che hanno portato migliaia di persone in piazza oggi sono ben altri. In primis un certo scetticismo proprio contro quel piano assunzioni che, secondo le promesse, dovrebbe risolvere il problema del precariato nella scuola.
Per l’anno scolastico 2015/2016 il Miur prevede di garantire un contratto a tempo indeterminato a 100.701 docenti. Tra questi rientrano gli iscritti nelle graduatorie a esaurimento e i vincitori dell’ultimo concorso pubblico (che risale al 2012). Dalle prime però restano esclusi circa 23mila precari della scuola d’infanzia, oltre ai docenti abilitati tramite il Tirocinio formativo attivo (Tfa) e il Percorso speciale abilitante (Pas). Persone che tra iscrizione ai corsi, libri ed esami hanno speso una media di 3mila euro a testa.

Altro punto contestato è quello del “preside-sindaco” o, come è stato ribattezzato, “preside-sceriffo”. La riforma Renzi-Giannini prevede che i dirigenti scolastici, oltre a decidere il piano didattico e formativo, si assumano la responsabilità di scegliere personalmente i docenti per i propri istituti scegliendoli dagli albi territoriali. Ogni docente disporrà poi di un portafoglio personale in cui confluiranno i crediti didattici, formativi e professionali distribuiti dal “preside-sindaco”, che potrà così premiare il personale in base al merito, riconoscendo ai singoli un aumento di stipendio.
«C’è il rischio – spiega Domenico Pantaleo, segretario di Cisl scuola – che si modifichino i principi costituzionali che ispirano il nostro sistema scolastico, passando dalla scuola della partecipazione a quella di un merito solo apparente, dove i docenti faranno a gara per accaparrarsi il premio (in denaro) che il preside potrà assegnare».

Infine resta critica la posizione presa dal governo nei confronti delle scuole paritarie. “La buona scuola” ha definito nuove forme di finanziamento privato per tutte le scuole, statali e private, come la destinazione del 5 per mille delle dichiarazioni dei redditi alle scuole frequentate dai figli o la possibilità di ottenere un credito da privati ed enti per la manutenzione e il miglioramento dei locali (school bonus). I genitori degli studenti delle scuole paritarie, però, potranno anche detrarre il 19 per cento delle spese scolastiche: si parla di somme fino a 400 euro. Una misura che, si contesta oggi dalle piazze, rischia di accentuare il divario tra scuola pubblica e privata. «Il disegno di legge su “La Buona Scuola”, se approvato come proposto dal governo, ci porterebbe verso una scuola terra di conflittualità interna ed esterna», spiega Francesco Scrima, Cisl.