Il probabile protrarsi dell’attuale fase regressiva non potrà che avere effetti negativi sull’occupazione. Il nostro Paese sarà tra quelli che ne soffriranno maggiormente. Si pone quindi con urgenza il problema di come fronteggiare la situazione affinché non siano ancora i lavoratori, e in particolare  quelli assunti con contratti a termine, a sopportarne le pesanti conseguenze.

Nel  discorso tenuto a Roma il 9 febbraio scorso, in occasione del raduno dei tre maggiori sindacati  italiani, Maurizio Landini, nuovo segretario della  CGIL, ha posto con forza al Governo l’urgenza di un programma di rilancio degli investimenti nel nostro Paese minacciato da una nuova recessione non solo a  livello europeo.

In questo contesto l’Italia rischia di trovarsi nella situazione peggiore per due motivi. Il primo rappresentato dalla enorme dipendenza, soprattutto del nostro settore manifatturiero, dalle esportazioni (siamo il secondo esportatore europeo dopo la Germania) in particolare verso il resto d’Europa.

Il secondo  derivante dall’enorme numero  di contratti a termine stipulati negli ultimi anni.  I più vulnerabili quando l’economia entra in fase recessiva.                                                                                                 Occorrono  quindi, con urgenza, investimenti pubblici al fine di creare  posti di lavoro di natura non provvisoria per opere riguardanti sia gli enti locali  che le grandi infrastrutture. Si potrebbero così evitare ulteriori chiusure di aziende  spostandone in maggior misura le produzioni verso il mercato interno (cantieri a livello comunale e regionale) e le opere infrastrutturali europee.

Ma qui si apre un altro problema che richiede un coraggioso cambiamento della politica economica, sin qui seguita anche da quest’ultimo Governo, causa non ultima della attuale drammatica situazione: dove e come reperire i capitali necessari per il rilancio degli investimenti pubblici.

Si aprono diverse possibilità, di cui si parla da tempi immemorabili, ma rimaste in massima parte sulla carta (aumento dell’IVA, temporaneo consistente aumento delle aliquote fiscali sui redditi  più  alti (l’opposto della grillina “flat tax”), imposta patrimoniale, lancio di un prestito europeo in euro ed altre ancora.

Ma vorrei chiudere con un altro rilevante sistema di prelievo fiscale di cui poco o nulla si è detto o scritto negli ultimi anni. Si tratta del  CRS (Common Reporting Standard) che concerne il recupero dei capitali esportati illegalmente.

Progettato per la lotta all’evasione fiscale attuata mediante l’esportazione di capitali in certi Paesi esteri (i cosiddetti paradisi fiscali). Si tratterebbe di un’evasione valutata in trilioni di dollari tra 10 (Boston Consulting Group) e 32 (James Henry ex consulente McKinsey), escludendo panfili, villle ed auto di lusso.  Per tale ricupero l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) ha predisposto lo scambio automatico d’informazioni tra Paesi (Stati Uniti compresi, a quanto mi risulta, sino alla presidenza Obama). Accordo  basato su intese intergovernative per lo scambio automatico annuale, tra Autorità Fiscali, di informazioni fornite dalle Istituzioni Finanziarie di ciascun paese.

Il CRS si articola in  due fasi. La prima, già conclusa, prevedeva  il rientro volontario dei capitali esportati a condizioni particolarmente favorevoli, mentre la seconda  il loro rientro obbligatorio a condizioni sensibilmente più onerose.

Di quest’ultima fase sembra  si siano perse le tracce dato che nessuna informazione di rilievo da parte dell’attuale Governo, come dei precedenti, è più comparsa sui media nazionali. Non ci resta che sperare in una delle documentate inchieste che Riccardo Iacona e Milena Gabanelli conducono egregiamente sulle nostre TV.