Per Ennio Flaiano il titolo di dottore era, per così dire, una versione più intima di quello di commendatore: “Cara, chiamami semplicemente dottore”, ironizzava lo scrittore che più di altri conosceva il carattere e i vizi degli italiani.

Cosa si fa per potersi dire dottori… Molto, troppo. Una volta tutto. Ora, persino di più. Perché dottore non è più un punto di arrivo, ma una premessa, un’introduzione alla vita di relazione. Se non sei dottore, non sei. Così nei curricula la menzione del titolo accademico diventa necessario come la data di nascita, e talvolta compare anche quando non c’è. Ce lo si inventa e basta.

In questi giorni il capogruppo comunale del Partito Democratico, Stefano Lo Russo, ha scoperto che anche l’ultimo staffista della sindaca Appendino, Ruben Abbattista, responsabile della comunicazione , si è fatto chiamare “dott” , in una mail di presentazione ufficiale, senza esserlo. Un po’ come tutti noi quando posteggiamo l’auto. Abbattista, che è stato studente di Giurisprudenza, non si crucci. È in buona compagnia. Anzi, c’è chi ha fatto pure di più.

Ricordate Giannino? Oscar Giannino, giornalista economista torinese tra i più quotati, folgorato, sulla via di una falsa laurea in giurisprudenza e di due mai rintracciati master negli Usa?

E Valeria Fedeli? Il ministro dell’Istruzione aveva confuso un diploma per assistenti sociali con il diploma di laurea. Il trota, Renzo Bossi, divenne dottore in Albania a sua insaputa. E per tornare al Piemonte, il caso del master fantasma di Daniela Santanchè, o la laurea in Economia e Commercio inesistente di Guido Crosetto.

E le disavventure del portavoce grillino a Bruxelles Marco Valli o della deputata dello stesso partito Marta Grande. Il vizietto dell’ambiguità quando non addirittura del make up curriculare ha colpito in tanti.

Il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri risultava laureato nella sua pagina su Wikipedia poi modificata in fretta e furia. Persino sul premier Giuseppe Conte ci sono stati dubbi sui suoi studi negli Stati Uniti. Ma il pezzo di carta non c’entra con le capacità. Steve Jobs non era laureato, neppure Salvatore Quasimodo lo era. Neppure Benedetto Croce o Gabriele d’Annunzio.

E, saccheggiando una bella battuta, anche chi ha la laurea non è detto che non sia intelligente. Spesso però questa vicenda dei titoli mancanti, quando non assume i contorni del reato, serve solo a sbertucciare l’avversario e spunta fuori solo per ragioni di polemica spicciola.

Lo Russo non si è fatto pregare: «occorrerebbe un dirigente, ci andrebbe la laurea e bisognerebbe fare una selezione pubblica aperta e trasparente», tuona il capogruppo Pd.

Ma quando il portavoce dell’ex sindaco Fassino, Gianni Giovannetti, assunto senza concorso, con un inquadramento dirigenziale, e con un emolumento di gran lunga superiore a quello di Abbattista, risultò sprovvisto del diploma di laurea, il Pd torinese rimase in diplomatico silenzio.