Incontriamo Debora Serracchiani, deputata ed ex presidente del Friuli Venezia Giulia in visita a Torino per partecipare alla seconda delle quattro piazze tematiche sul tema Lavoro e Welfare, organizzate dal Partito democratico nazionale, in vista del Forum per l’Italia che si terrà a Milano nei giorni 27 e 28 ottobre. In serata, alle 21, a Rivoli in piazza Matteotti, incontrerà i militanti del circolo Pd.

Onorevole Serracchiani, lei ha fatto irruzione sulla scena politica meno di dieci anni fa in occasione di un’assemblea dei circoli Pd: il suo intervento riscosse grande consenso per la critica all’attaccamento delle poltrone a cui il partito si stava piegando e per aver ribadito con forza la necessità di un rinnovamento. Oggi, 2018, esiste ancora quella necessità?

Abbiamo certamente bisogno del coraggio di cambiare, del coraggio di fare le cose, e questa è un attitudine che spesso appartiene alle generazioni più giovani ma a prescindere dalla carta d’identità dobbiamo essere in grado di organizzare una struttura di partito più salda, coesa in grado di mettere al centro competenze, credibilità e capacità.

Nonostante qui in Piemonte si sia parlato molto di rinnovamento della classe dirigente, il Partito ha deciso di ripartire da Chiamparino e dal suo carisma per le prossime regionali. Come valuta questa scelta?

Non entro nel merito di questa decisione e delle dinamiche interne al partito regionale. Sicuramente si tratta di una scelta basata sull’assunto che una figura come quella del presidente Chiamparino, a cui va il mio attestato di stima, possa rappresentare un collante forte per tutte le diverse sensibilità presenti nel centro sinistra. Mi auguro però, e qui mi rivolgo anche a Chiamparino, che tutti comprendano e contribuiscano a rispondere a una richiesta diffusa tra la gente: bisogna ringiovanire la nostra classe dirigente. Superiamo la convinzione di molti secondo cui i giovani sono sempre troppo giovani per assumersi responsabilità.

L’idea di cambiamento su cui ha costruito la propria propaganda, anche in Piemonte, il Movimento 5 stelle si sta scontrando con le divergenze interne alla stessa maggioranza Appendino. Come viene vista Torino fuori dai confini regionali?

Torino ha saputo negli anni reinventarsi sulla base di una visione molto chiara. Oggi, guardando a quanto sta accadendo o “non” accadendo potremmo dire, l’impressione che si ha è che sia una città immobile, che abbia smesso di avere una visione, come se attendesse di passare la nottata. Un immobilismo che ha caratterizzato anche le scelte e le decisioni importanti di questa amministrazione, frutto di una crisi interna agli stessi rappresentanti grillini. Basti pensare alla vicenda olimpiadi e alla maniera in cui è stata gestita. Un epilogo paradossale che ha privato il Piemonte dell’opportunità di essere volano economico e turistico per i prossimi anni.
La debolezza grillina non rappresenta però, secondo la parlamentare democratica, lo strumento con cui rendere più forte il Pd piemontese. Parla infatti di un partito che è abituato, soprattutto in Piemonte, a rimboccarsi le maniche e ad affrontare le crisi. E cita l’epoca in cui proprio Torino è stata al centro del nuovo modo di fare industria,  a cavallo degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso quando ha conosciuto un momento di grave difficoltà, in concomitanza con l’avvio dei processi di globalizzazione, con il cambiamento radicale dei modi di competere da parte delle aziende e con le scelte delle imprese industriali.
“Abbiamo dimostrato allora di essere in grado tenere insieme il tessuto sociale dei nostri territori e dobbiamo essere in grado di farlo anche ora. Quello che è accaduto il 4 marzo – continua – non rappresenta solo una batosta, ma un punto di arrivo di una malattia più profonda che ha investito in maniera silente tutto il centrosinistra italiano ed europeo, pensiamo alla Germania, alla Francia, alla Spagna. É una crisi che va affrontata senza troppi giri di parole e non solo a livello italiano. Anche l’Europa, in questi ultimi anni, ha perso di vista l’esigenza di fare politica e si è invece limitata a darsi rigide regole economiche e di mercato. Oggi c’è bisogno di uno sforzo in più, di un’unità che deve necessariamente andare da Tsipras a Macron.

Con quali mezzi crede il Pd debba affrontare questo momento di difficoltà?

Con nuove parole d’ordine e tornando alle nostre origini. So che sembrano due strade discordanti, eppure non lo sono. Dobbiamo ripartire dai valori che ci hanno sempre contraddistinto e che non possono più essere messi da parte, così come le nostre storie. Non è sufficiente cambiare un nome a un partito o dichiararsi riformisti per ricominciare. Dobbiamo ridarci un’identità e dobbiamo farlo riappropriandoci di alcuni concetti chiave come lavoro e servizi ai più deboli, applicazione e certezza delle regole, antifascismo, no al razzismo, diritti delle minoranze.

Come giudica l’impianto comunicativo e di riforme che sta mettendo in atto il Governo Giallo -verde?

Ci troviamo di fronte a un governo che ha messo insieme due proposte elettorali (quella della Lega e dei 5 Stelle) e che si trova al comando del paese perché ha capito ciò che gli italiani volevano sentirsi dire. E così ha continuato fino ad oggi, cavalcando ciò che il “manuale social” suggerisce sull’onda delle pulsioni e frustrazioni più comuni della gente. Risultato? Una società sempre più isolata, diffidente, litigiosa. “Prima gli italiani” è certamente uno slogan efficace ma che si scontra inevitabilmente con il fatto che ci sarà sempre un qualcuno prima di qualcun altro. Davvero si crede che la questione immigrazione si possa risolvere col metodo Riace? O Lodi? Le opportunità vanno date a tutti, con un punto di equilibrio e cioè che a fronte dei doveri di chi arriva ci sono i diritti ci chi già c’è.

A breve il Partito democratico si ritroverà a confronto in un Congresso, cosa si aspetta da questo appuntamento?

Mi auguro che sia un congresso che non si limiti a sostituire le facce o a proporre dei nomi. Mi piacerebbe fosse un congresso fondativo, in cui a essere protagonisti siano i contenuti. Un’occasione in cui poter parlare di temi centrali e attorno ai quali ricostruire la comunità di sinistra, le ragioni per cui vale ancora la pena stare insieme. Abbiamo urgenza di parlare di lavoro, di riformismo adattato alle nuove necessità dei cittadini, di politica estera, di economia e di nuove povertà.

Ha più volte dichiarato di volersi mettere a disposizione di questo processo di ricostruzione, cosa intende?

Non so quale sarà il mio ruolo nell’ambito del congresso ma poco importa. Mettersi a disposizione vuol dire, aldilà del mio incarico come Capogruppo Pd  alla Commissione lavoro alla Camera, che mi farò carico di fare proposte innovative, di lavorare affinché il Pd riacquisti credibilità agli occhi della gente, vuol dire dialogare oltre i confini del Pd per comprendere le reali esigenze delle persone con l’unico obiettivo di ricreare unità e prospettiva.