Daniele Valle è pronto: lo aveva scritto il 14 luglio scorso in una lettera indirizzata al presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino: «Non posso negare però che, quando tra i tanti è uscito il mio nome, mi sono sentito onorato e che se toccasse a me, lo farei con tutto l’entusiasmo e l’impegno di cui dispongo».

Candidature per la corsa alla guida del Piemonte. Nel Partito Democratico non mancano i nomi e c’è anche chi chiede a Chiamparino di ripensarci e ricandidarsi. «Noi oggi abbiamo bisogno del contributo di tutti per immaginare il Piemonte di domani. Poi penseremo a chi potrà prestare il volto a questo grande lavoro di squadra», aveva ancora scritto Valle a Chiamparino concludendo che «la strada è ancora lunga ed è meglio percorrerla insieme».

E Daniele Valle – a quanto pare – ha iniziato a camminare verso certi traguardi. Lo abbiamo incontrato, abbiamo fatto quattro passi insieme a lui e una chiacchierata in cui ci ha parlato di governo, del Pd e di Piemonte.

Valle crede che oggi l’alleanza M5S e Lega stia iniziando ad essere percepita come un pericolo? E in Piemonte che clima si respira?

Siamo ancora agli inizi di questa avventura di governo eppure alcuni timidi segnali di preoccupazione stanno emergendo. Penso alle grandi opere, al dilagare degli episodi di razzismo, a sindacati e associazioni datoriali che lamentano le prime promesse tradite. Il tempo porterà ad esplodere le contraddizioni tra i contraenti di questo contratto sciagurato, rendendo manifesta anche la loro inadeguatezza e impreparazione.

Ma questo non basterà a convincere gli elettori a tornare a guardare a noi. Il Piemonte può essere una regione laboratorio per anticipare questi processi, perché da un canto il comune capoluogo è amministrato dal m5s, dall’altro insistono sul nostro territorio alcune questioni, quali Oimpiadi, Torino-Lione, Terzo valico e altre opere infrastrutturali su cui i due partiti la pensano diversamente e sulle quali pesa l’evidente priorità politica che la Lega attribuisce al Nord-Est.

Una parte della dirigenza del partito parla di una nuova fase di rilancio del Pd e della necessità di osare e di avere coraggio nel cogliere tutte le occasioni che si presenteranno per ricostruire il partito. Lei cosa ne pensa?

La sconfitta del 4 marzo ci impone di affrontare con coraggio i limiti della nostra azione di governo e della gestione del partito di questi anni, nella consapevolezza che questo da solo potrebbe non bastare. C’è infatti una crisi più ampia del centrosinistra e del riformismo in generale in tutte le democrazie occidentali.

Noi ora abbiamo la responsabilità di ridarci un profilo programmatico convincente e tornare a investire tempo ed energie sul partito, superando tutte le cattive abitudini del nostro stare insieme. In ogni appuntamento, elettorale, sociale o di partito, dovremo ripresentarci rinnovati, nelle facce, nelle prassi, nelle proposte.

Valle lei ha dichiarato che la rinuncia di Sergio Chiamparino a ricandidarsi rappresenta l’occasione per assumersi la responsabilità politica della scelta senza delegarla in bianco. Assunzione di responsabilità verso chi e verso cosa?

Non potevamo pensare che la decisione di ricandidarsi o meno gravasse solo sulle spalle di Sergio Chiamparino. Una comunità politica condivide queste scelte e se ne assume la responsabilità collettivamente. La scelta del presidente, che condivido nel merito, ci sfida – come centrosinistra – a trovare le ragioni del nostro stare insieme e a condividere una scelta. Una sfida alla nostra maturità.

Dunque la strada è una nuova leadership e un opportuno ricambio generazionale della classe dirigente?

Penso che Chiamparino abbia fatto bene perché, nell’epoca del tweet, della semplificazione, della banalizzazione delle questioni, noi dobbiamo rilanciare rappresentando proposte e soluzioni complesse alle questioni complesse che i nostri tempi ci sottopongono.

Il centrosinistra ha il dovere di raccontare ai piemontesi un progetto di sviluppo e benessere diffuso per i prossimi vent’anni, non per i prossimi cinque. Chiamparino e il suo passo indietro ci sottopongono oggi un tema che si sarebbe ripresentato in futuro, quando magari sarebbe stato tardi per affrontarlo credibilmente.

Cosa risponde a chi accusa il Pd non saper fare opposizione se non attraverso il battibecco in modalità social, anziché proporre una idea di società alternativa? Il congresso è il momento nel quale proporre l’alternativa e la trasformazione del Pd?

Il modello di crescita globalizzata ha prodotto diseguaglianza, rabbia e un forte sentimento di esclusione nel mondo occidentale, senza considerare conseguenze ambientali che dobbiamo ancora comprendere in pieno. Ma ha anche allargato la platea delle popolazioni che reclamano il nostro benessere. A noi tocca rielaborare una proposta che non ignori, snobbandole, paure, istanze e desideri degli elettori. E che possa coniugare risposte di prospettiva e risposte immediate, perché chi ha un problema oggi non sempre può permettersi di aspettare.

Questo è il lavoro del PD dei prossimi mesi e del prossimo congresso. Ma non per questo dobbiamo smettere di denunciare le scempiaggini di questo governo: in piena luna di miele post elettorale, le nostre sembrano note stonate. Presto non sarà più così.

Noi, almeno nell’area metropolitana di Torino, sperimentiamo già da due anni il nulla di proposta del M5s e alle ultime elezioni abbiamo avvertito un timido segnale. Dobbiamo partire per il prossimo anno senza considerarlo, ma anche senza dimenticarlo.

Il Pd metropolitano ha lavorato a lungo, nel corso dell’anno, sul ricoinvolgimento dei circoli, dei militanti, dell’associazionismo. Crede che strumenti come questi siano in grado di tenere in piedi quel tanto di socialità che serve a ricompattare il centro sinistra e a non regalare il campo alla destra?

Certo. I tempi delle sezioni con migliaia di iscritti sono finiti e quindi dobbiamo imparare a relazionarci col mondo fuori da noi come partito, non come singoli o come amministratori, se vogliamo capirlo e interpretarne le esigenze.

Ma d’altro canto non possiamo permettere che essere l’unico partito “a forma di partito”, con regole, sedi, organi e rappresentanti scelti democraticamente, iscritti veri che si conoscono di persona, si trasformi in una palla al piede quando può essere una risorsa straordinaria per dialogare con la società.