di Moreno D’Angelo

«Perché a Porta a Porta il figlio di Riina può essere ospitato mentre io fratello di Emanuela Orlandi no. Il Vaticano non gradisce» ha dichiarato Pietro Orlandi che a Porta a Porta nel 2011 voleva presentare un libro.
Ma le porte rimasero chiuse. «Non se ne parla proprio» disse Bruno Vespa dopo una breve trattativa sulla presentazione del primo sulla “ragazza con la fascetta” scomparsa in Vaticano nel 1983.
Mentre non si spengono le critiche per la presentazione del libro del figlio di Totò Riina nel programma di Bruno Vespa ulteriori elementi accendono la polemica. L’indiscrezione riguarda il primo volume scritto da Pietro Orlandi e dal giornalista Fabrizio Peronaci nel 2011, pubblicato dalla casa editrice Edizioni Anordest.
All’epoca ci fu una trattativa con il conduttore “re dei plastici sui crimini in tv” per portare il caso Orlandi a Porta a Porta. Ma poi non se ne fece nulla.
A distanza di cinque anni Pietro Orlandi ha ricordato quel contatto: «Ci fu la proposta, tra l’altro da parte di una persona della redazione di Porta a Porta, di parlare del libro “Mia sorella Emanuela” perché ritenevano importante parlare sia del libro che della vicenda in generale. Dopo il nostro assenso, proposero la cosa a Vespa e dopo qualche giorno mi chiamarono dicendomi «Abbiamo parlato con Vespa, gli abbiamo proposto di invitarti per parlare del libro e di Emanuela ma lui ha detto assolutamente no, non se ne parla proprio».
Una ennesima delusione e di fatto una censura su un caso di cui il Vaticano “non vuole parlare” e tanto meno il tema pare gradito nella rete Rai, un tempo vascello dell’area democristiana.
Il fratello della ragazza, figlia di un messo del Vaticano scomparsa nel 1983, nell’ambito di un intrigo in uno dei periodi più torbidi della storia italiana e di quella Vaticana, ha ricordato quel contatto con il conduttore del famoso e longevo programma.
Questo alla luce delle polemiche che stanno riguardando Bruno Vespa in merito all’ospitalità e pubblicità resa al libro del figlio di Riina. Volume in cui vengono elogiate gesta e “filosofie” del padre che “restano vive anche se lui è in carcere”.
Una sorta di prova di forza del potere mafioso che è riuscita a “sfondare” e fare ascolti su Rai 1. Tra l’altro anche nelle sue parole Riina Jr, come ha sottolineato Roberto Saviano nel programma di Fabio Fazio, non ha mai nominato la parola mafia nè tanto meno minimamente preso le distanze dal fenomeno.
Appare quindi più che giustificata la rabbia del fratello di Emanuela Orlandi, da tempo impegnato in una battaglia di verità che continua a esistere grazie ai comitati di solidarietà, verso quelle che si possono definire le ”stranezze” di Porta a Porta.
Gran parte degli operatori della comunicazione e esponenti politici hanno sottolineato come il ruolo dell’informazione, delle inchieste passi ovviamente attraverso l’incontro con personaggi “scomodi” e “negativi” come furono terroristi, malavitosi, protagonisti di rapine e omicidi. In questo caso lascia perplessi la “pubblicità” a un volume in un paese che continua a essere ammorbato dal cancro mafioso che di fatto tiene ancora sotto scacco interi territori e parte della nostra economia.
A tutto questo il giornalista Fabrizio Peronaci, autore del volume “Mia sorella Emanuela” e de “Il ganglio”, aggiunge una nota molto critica sulla casa editrice del libro che ha pubblicato il libro del figlio del “capo dei capi” Totò Riina. «Sono in causa con quell’editore che per una beffarda casualità ha pubblicato anche il libro scritto nel 2011 con Pietro Orlandi in due edizioni. Non avendo egli ottemperato agli obblighi contrattuali da lui sottoscritti con l’autore il mio legale ha avviato la procedura per giungere in tempi brevi al blocco dei suoi conti correnti».
Dalla redazione del Corriere della Sera di Roma il giornalista, impegnato in prima persona sul caso Emanuela Orlandi punta il dito con parole di fuoco contro il proprietario della casa editrice Mario Tricarico, proprietario di “EdizioniAnordest”: «Quando mi propose di approfondire il caso della ragazza scomparsa nel 1983 e finita al centro di un intrigo caratterizzato da depistaggi e sordide ragioni di Stato palesò sentimenti, seppure vaghi, di solidarietà e impegno civile.
Poi è emerso che era solo una tecnica di captatio benevolentiae: poco altro gli interessava, se non fare quattrini magari per una causa giusta, gli Orlandi. Oppure saltando su un carro purchessia, a patto fosse vantaggioso per le sue saccocce.
Compreso il carro più nero, abietto e feroce, quello che ha fatto saltare in aria Falcone e Borsellino e tanti altri eroi dei nostri tempi». Ricordiamo che questo giornalista è stato anche di recente oggetto di minacce legate a questo caso insieme ad altri che si sono occupati della vicenda.
Sul legame tra Vespa e il Vaticano, Gianluigi Nuzzi, nel libro “Sua Santità” riferisce di un assegno di 10mila euro spedito alla vigilia del Natale 2011. Un semplice obolo del pio presentatore se non fosse che quell’assegno era accompagnato da una lettera in cui si chiedeva un appuntamento con Papa Benedetto XVI. Come è del tutto normale che il Vespa nazionale ospiti nella propria casa a cena il Segretario di Stato Tarcisio Bertone.