I videogiochi aumentano il problem solving e sviluppano capacità motorie e psichiche. Ecco come

C’è poco da essere nostalgici, lamentarsi del tempo che passa, delle generazioni di una volta e dei passatempi di ieri. Il presente parla un’altra lingua. È fatto di velocità, di connessioni, di skills. E dice che tutto questo fa bene alla mente, al cervello, alle sinapsi. Anche giocare ai videogames.

Lo ha dimostrato un esperimento della East Carolina University che ha sottoposto una serie di soggetti al puzzle game Bejeweled Blitz. I risultati sono stati clamorosamente positivi e dopo appena trenta minuti si è riscontrata la diminuzione degli stati di ansia e di depressione nel campione dei giocatori, con dati ancora più incoraggianti dopo un mese di somministrazione. I videogame, insomma, possono aiutare a ridurre ansia e depressione ma anche migliorare la nostra capacità di relazione interpersonale. Lo dimostrano quelle piattaforme che si basano proprio sull’interazione online. È il caso dei MMORPOG come World of Warcraft o Call of Duty, sparatutto in cui la componente di tattica rende fondamentale la capacità di lavorare e dialogare in squadra.

Pregio dei videogiochi, soprattutto quelli che si servono di consolle e dispositivi hardware distaccati e periferici, è anche quello di migliorare la coordinazione e aumentare, nel giocatore, l’acquisizione di cognizioni visuali e motorie, velocizzare i movimenti, stimolare la ricettività, i riflessi e la rapidità degli arti. Il segreto è prendere il tutto con le giuste dosi: giocare troppo a lungo finisce infatti per avere gli effetti precisamente opposti. Con il giusto grado di coinvolgimento, invece, possono arrivare veri e propri miglioramenti. Studi recenti sulla relazione gioco-salute hanno dimostrato infatti che attraverso i videogame si ottiene un miglioramento della propria capacità di apprendimento. Un procedimento legato alla richiesta di sviluppare soluzione alternative a un problema, stimolando così il problem solving, la concentrazione, il multitasking.

Infografica realizzata da Gioco Digitale

Il concetto era stato ben spiegato da Henry Jenkins, psicologo che nel suo Partecipatory Culture, aveva definito in questi termini il ruolo del videogioco: “Come psicologi e antropologi hanno evidenziato da tempo, riveste un ruolo centrale nel formare le relazioni che i bambini hanno con i corpi, gli strumenti e le tecnologie, le comunità, l’ambiente che li circonda e la conoscenza”. Non è di certo un caso, allora, se anche la scuola si sta aprendo sempre di più verso il mondo dei giochi digitali.

Quiz grammaticali, piattaforma di logica e di matematica, trame storiche, avventure geografiche, gli spunti che i videogame offrono all’apprendimento sono in continua espansione. E possono essere un valido supporto anche come strumenti dispensativi e compensativi, nell’ambito dei disturbi specifici dell’apprendimento.

Insomma, le mamme del 2050 non chiederanno più: “Cosa fai davanti alla Play Station?”. Di questo ne siamo certi.