Ho voluto leggerlo dall’inizio alla fine senza interruzioni. Per capire se esiste un filo conduttore, un’idea alternativa del Paese e del suo ruolo in Europa e nel mondo. Devo riconoscere che c’è, appare evidente. Nel contratto di governo di Lega e M5S si traccia un futuro realmente alternativo.
Un’Italia che torna al passato assistenzialista e statalista in cui la povertà non si combatte con la creazione di sviluppo ma con erogazioni di denaro pubblico ai meno abbienti. Lo chiamano reddito di cittadinanza.

Un Paese che vuole fare la voce grossa su molti temi, puntando su un orgoglio nazionale che, fuori dal tempo e dalla storia appare quasi ingenuamente tenero. In un mondo in cui i nostri competitor sono Cina, USA, India, fa sorridere pensare allo sviluppo di politiche economiche, industriali ed energetiche autonome, fuori dal perimetro UE. Ma tant’è, l’Europa è passata di moda. Quante facciate e quante sberle in arrivo…

Una politica di gestione dell’immigrazione autenticamente chiara, questa si: respingimenti, espulsioni, centri di “smistamento” nei paesi di transito. Ma anche, e qui sta la vera chicca, asili nido gratis ai soli bambini italiani. In modo che i figli piccoli degli “altri” si abituinino in fretta, e magari da grandi, si tolgano di torno che in Italia non è aria. E pensare che sono già oltre 500.000 i bambini stranieri nati in Italia che frequentano le nostre scuole. Se poi non si tolgono di torno da loro, ci pensa lo Stato.

Uno Stato etico, che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato. Che presta soldi, si ma quali? Che entra nella vita delle persone, nei loro telefoni, nelle loro mail, sulla presunzione che tutti in realtà sono delinquenti, solo che non sono stati ancora scoperti. Uno stato grande fratello che però consente di pagare molte meno tasse ai più ricchi e che chiama “pacificazione fiscale” un condono.
Ricchi sempre più ricchi, poveri assistiti con soldi pubblici. Finché ce n’è. Non è difficile immaginare dove si andrà a finire, piuttosto rapidamente.

Importanti focus su agricoltura e turismo, del tutto condivisibili, nulla su industria e terziario a dimostrare forse l’incapacità di darsela una vera politica industriale o forse la bontà di come ha lavorato finora il Governo, chissà.

Nulla o quasi su ricerca e università, slogan fuffosi e poco altro. E forse per fortuna meglio così che i comparti sono già abbastanza in difficoltà di loro e toccarli male può peggiorare le cose.
Poco o nulla sulla scuola, a parte il tema elettorale dei ricongiungimenti famigliari degli insegnanti immessi in ruolo, non si intravede un disegno organico di riforma. E, anche qui, forse meglio così.

Appare evidente che la Lega l’abbia fatta da padrona, ma del resto i due “forni” quelli veri, li aveva lei, mica i grillini. E fortunatamente TAV e Terzo Valico sono ancora li, nel programma di Governo. Così come gli investimenti nei settori strategici di aeronautica e industria militare.

Vedremo se il Governo lo faranno e come sarà davvero. A Torino abbiamo una certa esperienza di come si possa chiedere il voto su alcuni temi e poi, presi i voti e il potere, fregarsene altamente delle promesse.

Quello che è certo è che con l’avvio di questa coalizione politica grillo-leghista si chiude un ciclo e se ne apre un altro, forse più coerente alla realtà sociale ed economica che viviamo. Una realtà che evidentemente sta stretta in una dinamica destra-sinistra classica. Chiamiamola Terza Repubblica se vi va. Chiamiamola come vogliamo, ma è chiaro che questa saldatura porta “tutti gli altri”, che possono tornare a essere la maggioranza, a chiedersi che fare e a disegnare scenari culturali e alleanze politiche nuove fondate su nuove basi.

Penso sia giunto il momento di rimescolare davvero le carte, di accogliere con noi chi, oggi nel M5S, non si riconosce e non si riconoscerà in questa deriva e magari ci chiederà di entrare, di iniziare un dialogo sistematico con quei pezzi di centrodestra sano che non si arrendono alla piega che sta prendendo il Paese. Sperando che anche chi da sinistra ha sparato sul #PD in tutti questi anni rifletta seriamente e, dopo un esame di coscienza, decida da che parte stare realmente e da dove ripartire, magari al nostro fianco. Ma anche perché il PD ridetermini con maggior chiarezza il suo profilo culturale e programmatico, sia capace di rinnovarsi uscendo da una deriva personalistica che ha dato risposte nel breve ma, alla lunga, lo ha mandato in crisi.

Un pensiero conclusivo lo lascio però a quelli che, oggi silenti, spiegavano che il PD avrebbe dovuto avere addirittura come partner “strategico” il M5S. Che erano loro gli interlocutori. A costoro, che in crisi di identità hanno perso la bussola, consiglio la lettura d’un fiato del programma del nuovo governo che sta nascendo. Non credo ci sia altro da aggiungere.

 

Scritto da Stefano Lo Russo, capogruppo Pd in consiglio comunale a Torino