Ormai sono trascorsi quasi cinquecento giorni dall’insediamento della giunta Appendino. Un rumoroso insediamento al grido dell’onestà e del cambiamento, presto sfumato in inazione e rinvii (e molti inciampi). Sul piano economico la narrazione del cambiamento è stata presto sostituita da quella dell’incapacità di gestire alcuni fascicoli importanti; negli ultimi giorni ne sono emersi almeno due.

La difficile approvazione del bilancio consolidato del Comune

Durante l’ultimo Consiglio Comunale si è discusso di variazione di Bilancio: parere contrario dei revisori, coperture e assestamenti derivanti da operazioni “disperate” e una tantum, enormi difficoltà a pagare. Persino il presidente della commissione bilancio il grillino Antonio Fornari, intervenendo un po’ fiaccamente ha dimostrato di credere sempre meno alla spinta al cambiamento. Infatti dopo aver invocato il disallineamento strutturale (in verità la sensazione è stata di una locuzione citata senza sapere bene di che si parla) ha per lo più fatto atto di fede verso l’operato dell’amministrazione, senza tuttavia riuscire ad argomentare granché.

Del resto, i rilievi della Corte dei Conti sul bilancio 2017 della Appendino parlano di 130 milioni di nuovo squilibrio tra entrate ricorrenti e non. Come a dire che se prima non c’era da ridere, dopo i primi interventi della coppia Rolando-Appendino comincia ad esserci da piangere. E il successivo intervento del vicesindaco Guido Montanari che ha rivendicato un non meglio precisato ruolo sociale dei grandi supermercati, per giustificare l’iscrizione a bilancio d’entrate (44 milioni) da oneri di urbanizzazione in parte corrente, ha aggiunto un che di surreale.

Sul capitolo Bilancio pesa anche la vicenda Ream, ormai nota a tutti. Stona anche la giustificazione portata dal gruppo consiliare Cinque Stelle, per “superare” l’ennesimo parere contrario dei revisori, quello al bilancio consolidato. «Non possiamo bloccare i servizi e le assunzioni delle supplenze nelle scuole, sarebbe un grave danno per la città e i torinesi», recita il comunicato ufficiale. Come a dire, molto pericolosamente, che il fine giustifica i mezzi. Già, ma non è colpa dei torinesi, ma di chi governa a slogan se l’amministrazione 5 stelle dopo 18 mesi non ha approvato in tempo né il bilancio di gtt, né quello consolidato. Tutte scadenze recenti e del 2017.

Le ripercussioni della crisi di GTT sul bilancio della città

La vicenda societaria di Gtt comincia, invece, ad assumere i colori del grottesco. La sostanza è quella di una società essenziale per il funzionamento della nostra area metropolitana sostanzialmente abbandonata a se stessa. Gli attori sono tre. La Regione, il Comune (che è socio a 100%) e la Gtt stessa. In gioco ci sono sia il passato che il futuro. Riepilogando:

  • La Regione ha proposto una sorta di transazione sul passato, alla condizione che, sul futuro, i fabbisogni economici della Gtt per gestire il trasporto siano in linea con le disponibilità dei fondi TPL erogati dall’Agenzia;
  • La GTT, soggetta a indagini per falso in bilancio, è una barca in mezzo alla tempesta: non ha ancora approvato il bilancio al 31.12.2016 (scadeva sei mesi fa), ha predisposto un nuovo piano che la Regione ha chiesto di far verificare da un advisor esterno, e nel mentre, va rapidamente in rovina nell’inerzia della Società stessa e del socio Comune di Torino, che, a quanto si apprende dagli organi di stampa, sembra “eterodirigere” la baracca;
  • Il Comune, nella tripartita rappresentanza di Appendino, Rolando e La Pietra, dopo aver approvato il Bilancio 2015, oggetto di indagine, alterna momenti di isteria a momenti di assenza totale, di fatto non decidendo nulla se non improbabili agrements ai conti della Gtt: spicca l’alzata di ingegno che, come riferita ai media, consentirebbe alla Gtt di trattenere delle risorse dovute al Comune, il cui rimborso sarebbe rinviato di qualche anno. Una toppa peggiore del buco, perché ammesso che ciò sia possibile e lecito, non è certamente risolutivo e soprattutto può avere dei costi maggiori per il pubblico erario.

Eppure la Regione sembra aver le idee chiare: disposti ad un patto sul futuro a 2 condizioni: (1) che il Comune approvi un piano industriale e di servizi compatibile con le risorse e (2) che il Comune affronti il peggioramento della situazione avvenuta negli ultimi 2 anni sostenendo l’azienda, anche con qualche doverosa ristrutturazione. Parcheggi, immobili, efficientamenti che solo il socio può decidere, socio che invece gioca al rinvio.

Il costo delle decisioni rimandate

In conclusione, la narrazione grillina dava l’impressione, in prima battuta, di essere orientata a decisionismo e volontà di affrontare di petto i problemi. Invece si sta verificando una “fuga nevrotica”, ovvero una crisi di rapporto col governo delle cose, cui l’amministrazione sta rispondendo con una chiusura sempre più marcata. E con l’approssimarsi delle feste questa “mestizia” emerge con forza. Ma non-amministrare non è uguale a stare all’opposizione: i predicatori del bene di un tempo, quando indugiano di fronte alla propria responsabilità di scegliere, rischiano di fare dei danni. Perché il tempo, se perso, ha sempre un costo.