Prendiamo pure per buone le ultime dichiarazioni del premier Giuseppe Conte che parla di una sua assunzione di «responsabilità nel fare sintesi».

Concediamogli pure il tempo di rielaborare i dubbi  e le perplessità emerse a seguito dello studio della complessa analisi costi benefici dell’opera. Crediamo anche che sia cosa giusta e di buon senso attendere una nuova interlocuzione con i due partner sovrani della Tav, Francia e Ue per rivedere l’iniqua ripartizione dei finanziamenti. Crediamo ancora che l’affidabilità di un governo la si misuri raccogliendo l’invito di un premier a guardarlo dritto negli occhi nel corso di una conferenza stampa. Crediamo a tutto, ma crediamo anche ai fatti.

Primo fatto: dopo mesi di prese di posizione e dichiarazioni su analisi e aspetti tecnici, finalmente il presidente del Consiglio ammette che la Tav è un contenzioso tutto politico, qualcosa che «non può prescindere dal percorso politico su cui si sono impegnati» (i Cinque stelle vien da dire). In barba ai discorsi sull’impatto ambientale, le proiezioni sui flussi di trasporto, gli svantaggi economici. Conte esce allo scoperto, sveste i panni di garante neutro e imparziale e indossa quelli del paladino pentastellato, dichiarando apertamente che «se fosse per lui, la Tav non si farebbe».

Secondo fatto: il continuo rimandare scadenze, decisioni, l’appellarsi a nuovi incontri da mettere in agenda, sono il segno dell’incertezza in cui vaga il governo. Un governo la cui filosofia sembra essere passata da  “uno vale uno”  a “uno contro uno”. Un limbo dove anche il singolo è diventato ormai inaffidabile, umorale, schizofrenico, contraddittorio, confuso. Una crisi  e un disordine mentale a cui Conte spera di mettere fine chiedendo l’aiuto da casa a Macron e Junker, ammettendo quindi di trovarsi ad un punto morto, in un labirinto senza uscita, dove anche l’intesa sui bandi è qualcosa di impossibile.

Terzo fatto:  Il fattore tempo ha ancora un’altra lettura, se vogliamo, una valenza strategica per i Cinque Stelle. La volontà di tergiversare e tenere in standby il Paese fino alle prossime elezioni europee, una ribalta troppo importante per giocarsela ora, su una decisione che riguarda un’opera pubblica su cui si è fatto propaganda prima ancora di conoscerne i dettagli.

Non sarebbe allora più leale parlare di  interessi personali anteposti a quelli nazionali, alla crescita del Paese e alla sua credibilità?

Non sarebbe più decoroso, una volta nell’angolo, alzare le mani e dire: basta, ci abbiamo provato, è finita.