Sento da più parti l’eco di richieste di rinvio del congresso del Partito Democratico. Arrivano anche appelli a lavorare per una fantomatica e improbabile ”soluzione unitaria”, come se la scelta del segretario fosse una rivelazione messianica, ammantata da un tripudio di canti e luci celestiali.

L’idea di un “Congresso unitario”, con un candidato che non solo non esiste, ma che dovrebbe provare a guidare la barca senza urtare nessuna sensibilità, l’idea di un candidato eterodiretto, che non faccia danni ma neppure politica, così da non scomodare correnti, aree e potentati, non mi vede d’accordo.
È un’opzione peregrina, una soluzione gattopardesca, come nella peggiore tradizione del nostro Paese. Cambiare (in apparenza) tutto, per non cambiare nulla, laddove, invece, bisognerebbe dare il giro al tavolo, non può che danneggiarci ulteriormente.
A queste proposte dico no, io non ci sto. E rilancio lo slogan “Congresso subito”. Che sia però un Congresso davvero fondativo, politico ed in grado di mettere in campo le migliori intelligenze di cui disponiamo. Le sabbie mobili sono la morte della politica.

Questo fare attendista che teorizza il mantenimento dello status quo non può che portarci al 10% e poi ancora più giù. Ora ci vuole una vera scossa democratica!
Basta con questo unanimismo solo di facciata, che fa covare il fuoco delle divisioni sotto la cenere di una momentanea tregua armata. Affrontiamo il dibattito alla luce del sole. Combattiamo questo vezzo italiota di non entrare mai nel merito, di non affrontare in maniera definitiva le tante questioni aperte e decidere insieme la strada da percorrere, fino in fondo.

Abbiamo posizioni diverse sulle alleanze? Vero, ed è evidente agli addetti ai lavori e soprattutto ai nostri elettori, quelli rimasti. Sui migranti la nostra proposta politica è chiara ed univoca? Non lo è affatto: ci sono idee, posizioni e sensibilità diverse nel Partito Democratico. Affrontiamo questa discussione in una grande assise, discutiamone e decidiamo la linea del Partito sui temi fondamentali per il futuro dell’Italia e dell’Europa.
Si deve fare subito, ma si può fare solo in un Congresso vero, che parta dai circoli ed iscritti e si allarghi ai nostri elettori.

Senza umiliare nessuno, senza discriminare posizioni e sensibilità, con chiarezza e dialogo, ma con il rispetto che si deve alla maggioranza che ha il diritto di governare e alla minoranza che ha il dovere di affermare le proprie ragioni in un confronto democratico continuo.
I troppi nodi gordiani vanno finalmente recisi. O almeno dobbiamo provare a farlo, una volta per tutte. Viviamo da anni la stagione dell’ambiguità. Che cosa è il PD? Chi vuole rappresentare? Quali sono le idee di società, di Europa, di partito, di welfare e di giustizia sociale che vogliamo affermare? Non è più il tempo degli infingimenti, delle posizioni paludate, delle mezze decisioni e dei balbettii.

Nel Vangelo di Matteo c’è un passo che mi ha sempre affascinato (forse fin troppo), ed è : “Sia invece il vostro parlare SI Si ; No No; il di più viene dal maligno “ (Mt 5, 37).

Gli elettori chiedono chiarezza, semplicità e univocità di posizioni, basta navigare a visita e tentennare. Dobbiamo scegliere da che parte stare. La sinistra, in Italia come in Europa, deve dire quali sono le sue proposte per superare la crisi, le sue ricette per affrontare le grandi questioni di quest’epoca, deve spiegare come intende difendere quei valori ed interessi che sono nostro patrimonio storico ed ineludibile, che sono iscritti nel nostro DNA da secoli.
A queste domande il Pd deve dare una risposta chiara e netta. E soprattutto rapida.

Basta rinvii, inciuci, accordicchi, basta mettere la testa sotto la sabbia e sperare che qualcuno, chissà quando, affronti le questioni ancora irrisolte.
Fossimo d’accordo su tutto, direi si ad un Congresso unitario, con un candidato in grado di tenere insieme tutti e tutto. Ma non è così, come è evidente. Abbiamo idee e soluzioni diverse su tante questioni. Immigrazione, alleanze, politiche di welfare, visone del partito e del suo radicamento territoriale ecce cc.. L’esperienza del reggente Maurizio Martina ci sta dimostrando come senza una linea chiara, condivisa e votata, senza un leader eletto che abbia forza e radicamento tra i nostri militanti ed iscritti, non possiamo proporre un’alternativa forte per ritornare al Governo del Paese. Ed infatti balbettiamo, perdiamo consensi, rischiamo di essere ininfluenti nel panorama politico ed istituzionale italiano.

Dobbiamo attrezzarci per una lunga e durissima stagione di opposizione in parlamento e soprattutto nel Paese, perché è questa la prospettava nel medio periodo, ciò che purtroppo ci attende. Non credo servano traghettatori, abbiamo bisogno di capitani forti, esperti e coriacei, in grado di guidare la nave nei mari tempestosi che dobbiamo solcare.
Senza tale consapevolezza, rischiamo di affondare, definitivamente.