di Vittorino Merinas

Il mis-fatto è compiuto: il papa è andato da Lutero. Misfatto per una fetta di cattolici che condividono le posizioni di molta gerarchia ben rappresentata dal custode della Verità cattolica, il cardinale Mueller, Prefetto del fu Sant’Uffizio, che ha dichiarato: “I cattolici non hanno nulla da festeggiare per la data del 31 ottobre del 1517 che segna l’inizio della divisione della chiesa”. Fatto di rilevanza storica, invece, per quanti ritengono l’ecumenismo non un ritorno ginocchioni di fedifraghi alla Verità romana, ma un comune rinvenimento del messaggio evangelico.
Fatto coraggioso da parte di Francesco, giacché le fronde contro di lui sono palesi e forti. Sarà per addolcirle che al viaggio a Lund per i 500 anni della Riforma è stata aggiunta la celebrazione dei 50 anni di dialogo luterano-cattolico? E per la stessa ragione si è evocato che già Wojtyla a Mainz avesse affermato che “i segni dei tempi ci spronano ad una testimonianza comune” e Ratzinger a Erfurt avesse definito Lutero uomo di Dio e dichiarato che il martirio di luterani e cattolici ad opera dei nazisti “ci hanno condotti gli uni verso gli altri suscitando la prima grande apertura ecumenica”?
L’auspicio dei suoi predecessori Francesco l’ha realizzato, superando di persona la barriera che per 500 anni era stata fronte di guerra tra due istituzioni religiose che si appellano allo stesso vangelo dell’amore e della pace. Se il passo era inimmaginabile appena qualche decennio fa, ben più sorprendenti sono le dichiarazioni del papa che l’hanno preceduto. “Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore… In  quel tempo la chiesa non era proprio un modello da imitare.” D’un colpo non solo Lutero è riabilitato, ma, diversamente da papa Wojtyla che, con disappunto dei conservatori, aveva chiesto perdono per le malefatte di “alcuni” suoi figli, è la chiesa stessa dichiarata corresponsabile di quanto accadde. Ed ancora: “Lui ha fatto una medicina per la chiesa, poi questa medicina si è consolidata  in una disciplina, un modo di credere, di fare, in modo liturgico… Poi c’erano i principi, cuius regio eius religio…” Non solo un elogio di Lutero, ma il riconoscimento di altre concause di quella tragedia, tra cui interessi politici che Carlo V non riuscì a contrastare, pur cosciente che lo spappolamento religioso avrebbe comportato anche quello del suo impero. Inutile la Dieta di Worms dove a Lutero, senza alcun dibattito, fu solo imposta la ritrattazione di parte delle sue tesi. La chiesa, che ancor oggi ha difficoltà a dialogare con teologi novatori al suo interno, allora ai renitenti offriva solo due possibilità: il pentimento o il rogo. Ora, grazie al Concilio, con gli avversari esterni ha avviato un dialogo alla pari. Con i “fratelli” luterani dura da 50 anni con frutti positivi e continua nonostante la gelata provocata dalla Dominus Jesus, un documento dell’ex Sant’uffizio sottoscritta dall’allora suo prefetto, cardinale Ratzinger, e approvata da papa Wojtyla, nel quale non si riconosceva loro il titolo di “chiesa”, riducendoli a semplici gruppi di cristiani.
Queste sue considerazioni, esposte nel volo di ritorno dall’Armenia, Francesco le ha completate nell’intervista concessa, alla vigilia del viaggio a Lund, alla rivista Signum dei gesuiti svedesi. Richiesto se la chiesa ha qualcosa da imparare dai luterani, il papa ha risposto: “Mi vengono in mente due parole: riforma e Scrittura… All’inizio quello di Lutero era un gesto di riforma in un momento difficile per la chiesa, poi diventato uno stato di separazione e non un processo di riforma di tutta la chiesa. Che è fondamentale perché la chiesa è semper reformanda. La seconda parola è Scrittura. Lutero ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo”. Quanto alla riforma Francesco l‘ha sempre ritenuta una condizione permanente della chiesa e si è assunto il compito di riavviarla dopo decenni di stasi. Quanto alla Scrittura più che un passo è stato un salto triplo da campione d’eccezione se si tiene presente che allora la Bibbia era dominio assoluto del solo clero e la detenzione privata del testo biblico nella sua interezza è stata proibita fino al passato secolo.
Dopo Lund resta un grave interrogativo. Come può la chiesa cattolica impiegare 500 anni per restituire un uomo alla sua verità storica riconoscendone l’intensa spiritualità e l’amore per la chiesa pur se attraverso una critica la cui sostanziale positività solo oggi è riconosciuta e raccolta? La commemorazione di Lutero induce così ad una riflessione seria sulla costante incapacità della chiesa romana di cogliere e valorizzare quelli che papa Giovanni ha denominato “segni dei tempi”.