Forse le considerazioni che seguono faranno storcere il naso a più di uno, ma per quanto scomode – gli amanti dei paroloni ad effetto direbbero che non sono politically correct– dovrebbero essere comunque fonte di analisi, di riflessione e magari anche di qualche esame di coscienza più o meno tardivo.

Al dunque: è innegabile che le scoppiettanti (giusto per usare un pacato eufemismo) affermazioni di Rocco Casalino, giornalista professionista dal 2007, super pagato portavoce del Movimento Cinque Stelle e del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, abbiano provocato tutta una serie di reazioni che vanno dallo sdegnato all’incredulo, sconfinando a tratti persino nel ridicolo quando si cerca di indirizzarle verso il più comodo binario della presunta “conversazione privata”, glissando così alla grande sul rischio che possano invece finire sul binario dell’eventuale risvolto penale, seppure attivabile a querela di parte.

Perché piaccia o no in quelle affermazioni («pezzi di m…..») sono contenute sia la diffamazione (art. 595 Cp) sia implicitamente delle minacce di ritorsione («… una megavendetta…») verso funzionari dello Stato.

Ma è altrettanto innegabile che questo stucchevole “caso pseudo politico” ha avuto un po’ lo stesso effetto del classico sasso lanciato in uno stagno molto particolare.

Quello nelle cui acque sguazzano praticamente da sempre tanti ufficiosi portavoce (che è cosa diversa da coloro che lavorano, assunti con regolare contratto, negli Uffici Stampa pubblici o privati) di questa o quella formazione partitica o di questo o quell’esponente politico elevato a rango importante, facendo sentire in qualche modo il peso di avere in tasca il tesserino da giornalista e pertanto d’essere iscritto, fosse solo come pubblicista, all’omonimo Ordine. Oramai ci sono praticamente ovunque, finanche nell’ultimo gruppuscolo politicizzato.

Sia detto: talvolta si tratta anche di “portavoce volontari”, che giornalisti non sono e che magari non ricevono moneta in cambio ma che si danno un gran daffare per dichiarate simpatie partitiche o personali, spendendo comunque in prima persona il loro nome. E fin qui, nulla quaestio, nessun problema.

La musica però cambia e non di poco quando nelle melmose acque di quello stesso stagno si muovono giornalisti già in forza ad aziende editoriali (dunque regolarmente stipendiati, spesso profumatamente), che senza mai esporsi e confidando nell’amicizia di qualche loro collega nuotano rigorosamente in immersione, respirando attraverso le comode quanto virtuali bombole da sub riempite con l’anonimato, piuttosto che con il democratico ossigeno della trasparenza professionale.

In questi casi è più complicato capire se anche costoro siano mossi da simpatie partitiche o personali, o se invece ci sia un concreto tornaconto (anche non direttamente economico) basato sulla logica del do tu des.

Tornando al punto, quindi alla poco edificante vicenda che ruota attorno a Rocco Casalino e alle sue presunte dichiarazioni “private” diventate comunque di pubblico dominio, sono inevitabili alcune riflessioni, diciamo così, ad alta voce.

Partendo giusto dal fatto che nello scrivere abbiamo tirato in ballo l’Ordine dei giornalisti, che pur tanto attento e scrupoloso in molte altre vicende del passato non risulta abbia preso posizione, né speso una parola a proposito delle sferzanti e irripetibili (per pudicizia) affermazioni del Casalino, in arte Rocco.

Che, diciamola tutta, a voler essere buoni si è messo sotto i piedi i fondamentali del Codice etico (o deontologico, se si preferisce) della professione giornalistica, che al di là degli aspetti strettamente legati all’acquisizione e alla trattazione delle notizie fissa anche regole comportamentali, scongiurando quelle che possono minare la credibilità dell’Ordine stesso.

E definire «pezzi di m…..» alti dirigenti di un ministero non è proprio da Codice etico!

Seconda riflessione: è o non è curioso che il super ministro-vicepremier, nonché leader del M5S, Luigi Di Maio, abbia giustificato in toto la sortita verbale del loro portavoce ufficiale, schierandosi al suo fianco (insieme al suo parigrado e alleato Matteo Salvini e al primo ministro Conte) e lasciando intendere che in fondo in fondo ha solo fato il suo lavoro di “megafono” del governo in carica.

Dimenticandosi però che il Casalino è appunto giornalista, ovvero appartenente a quella categoria che lui, Di Maio, ha più volte lasciato intendere, anche in modo esplicito in verità, di non amare più di tanto. Tutt’altro.

Per finire non si può fare a meno di rimarcare la sorpresa suscitata dalla preannunciata interrogazione parlamentare del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri («Sono vergognose e inquietanti le difese d’ufficio del presidente del Consiglio Conte e del presidente della Camera Fico. Conte voleva fare l’avvocato degli italiani e invece fa il guardaspalle del suo vero capo, Casalino, che gli impone frasi, dichiarazioni e perfino movimenti fisici»), che quasi scandalizzato ha però tralasciato di sollecitare un intervento dell’Ordine dei giornalisti sul comportamento poco etico di Rocco Casalino. Non foss’altro perché anche lo stesso Gasparri (fu persino condirettore del quotidiano “Secolo d’Italia”, all’epoca organo politico del Msi-Dn) dell’Ordine fa ancora parte come giornalista professionista.

Come ne fanno parte tanti altri esponenti politici, nonostante da tempi immemorabili non svolgano più la professione o al massimo l’hanno esercitata per una manciata di anni.

In conclusione non è esagerato sostenere che andando oltre l’aspetto strettamente politico, con le sue ripercussioni, il “caso” nato attorno alle parole del giornalista Rocco Casalino, già chiacchierato concorrente del Grande Fratello, ha volenti o nolenti proiettato delle ombre sulla correttezza dell’intera categoria. Certo, non è il primo caso e probabilmente non sarà purtroppo l’ultimo.

E l’Ordine che fa? Parafrasando una mitica canzone di Fabrizio De André si può dire che «si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità».