Chiamparino si ricandida alla presidenza della Regione Piemonte. Dopo aver giurato che non l’avrebbe fatto, dopo che l’alternativa del chirurgo Mauro Salizzoni è stata bruciata, dopo che le elezioni del 4 marzo scorso hanno reso davvero difficile una prossima affermazione del centrosinistra, Chiamparino ha quasi ufficializzato il tentativo di fare bis.

Quasi, perché malgrado l’esito del vertice in casa dei Moderati, siamo ancora a diversi mesi dal voto e molto può ancora accadere. Tuttavia, finalmente, il gesto di Chiamparino è un atto politicamente di grande coraggio. Per un uomo abituato a calcolare al millimetro ogni sua mossa, il passo di queste ore è degno di nota perché con ogni probabilità Chiamparino andrà incontro a una sconfitta.

Il centrosinistra è dato dai sondaggi – che naturalmente potranno cambiare, ma se non ci sarà un cataclisma a livello nazionale, non di molto – non secondo, ma terzo alle spalle del centrodestra e dei Cinque Stelle. E più sonora sarà la sconfitta, più il pensionamento del big ex Pci sarà inevitabile.

Proprio come l’ex sindaco Piero Fassino. Chiamparino lo sa, ha già visto, appunto con Fassino, quanto crudeli possano essere le urne, e anche per questo il suo tentativo va ancora di più rispettato. Che parafrasando un titolo dello scrittore Osvaldo Soriano appare però se non triste, sicuramente solitario e probabilmente “final”.

È quindi ingeneroso, oltre che quasi offensivo, sottoporlo alle primarie, come qualcuno ha però soltanto sussurrato. Volete qualcuno che faccia da scudo? Che si sacrifichi per la causa del centrosinistra, dell’europeismo antipopulista? Di quanto fatto in questi cinque anni di politica regionale? E allora per favore nessun colpo alla schiena. La ridiscesa in campo di Chiamparino svela però anche un altro lato della questione. Primarie o no, nel Pd e dintorni, in Piemonte ancora più che altrove, non c’è stato nessuno in grado di salire sul ring, di prendere le redini della coalizione in una prospettiva di cambiamento e di maggiore vicinanza agli elettori, che identificano in buona parte questa area politica con le istituzioni o peggio con il cosiddetto potere tout court.

Ma proprio perché l’ombra della sconfitta si è già allungata a dismisura, sarebbe stato necessario un atto di coraggio, speculare, da parte di qualcuno che in un partito dato soltanto più al 15%  punta a raccogliere l’eredità dei vecchi big. Qualcuno disposto a mostrare il petto. Con una campagna elettorale rifondativa.

E invece il “donabbondismo” prevale in via Masserano, sede del Pd subalpino, dove è molto meglio far carriera per cooptazione – paradossalmente fino a pochi mesi fa anche per cooptazione di Matteo Renzi, il leader che aveva ribaltato il tavolo proprio contro le cricche cementificate nel partito – che uscire allo scoperto. Un tratto caratteriale abbastanza diffuso – c’è qualcuno della cosiddetta società civile pronto a farsi impallinare? –  ma che nel Pd piemontese ha anche attecchito per responsabilità dei suoi capi, malati di autosufficienza.