Ieri il segretario provinciale del Pd Mimmo Carretta ha commentato la disponibilità del presidente della Regione Sergio Chiamparino a ricandidarsi alle prossime elezioni del 2019. Una sorta di apertura al dibattito allargato su una discesa in campo non contro i populismi, come ha sottolineato Chiamparino, ma per la realizzazione di un progetto (a favore di qualcuno e inevitabilmente contro qualcun altro, comunque) che favorisca una nuova stagione politica dei progressisti, di quei partiti che si raccoglierebbero sotto il mantello del Pd.

Iniziativa meritoria, a mio avviso, quanto generosa nel suo fiorire e nel rianimare l’orgoglio di un partito ancora lontano dall’elaborazione del lutto del 4 marzo, che potrebbe però risultare sterile se non sarà sostenuta dalla costruzione collettiva e solidale (senza appiattimenti o inclinazioni cortigiane) di un’identità che sappia trasmettere valori comuni tra chi partecipa all’alleanza. Operazione questa che deve assolutamente precedere la formazione di qualunque progetto.

Se non si ha chiaro chi si è, se non si assume come elemento distintivo la definizione di un modello di società da proporre, chiedere la fiducia agli elettori diventa implicitamente e soltanto una lusinga verso se stessi. Un rischio che più di altri corre Chiamparino, come lo è stato per Fassino alle elezioni del 2016, che comunque si ritroverebbe in prima fila e solo ad affrontare il populismo.

Ma che cos’è il populismo? Google offre una sterminata rassegna di citazioni sui populismi che abbraccia il pensiero di note persone dai diversi orientamenti politici, culturali e ideologici, dalla cui lettura si finisce però per uscirne più confusi che illuminati. Un’ovvietà, non lo nascondiamo. Ma è proprio dall’ovvietà che è necessario partire per affrontare la questione sul piano politico. Il populismo, infatti, ricorda molto da vicino nel suo accanimento mediatico l’idea del federalismo cavalcato con energia dalla Lega Nord dagli anni Ottanta e Novanta del Novecento, cui anche la sinistra per non sentirsi demodé finì per accordarsi nella discussione (molto ricca di battute ad effetto, misera nei contenuti) con proposte che non hanno lasciato nessuna traccia concreta, se non un gran vociare, poco costruttivo e inutilizzabile.

Una perdita di tempo per chi, e ritorniamo alla sinistra, inseguiva proposte estranee al proprio essere, anziché rafforzare il proprio sé con una precisa idea del funzionamento dello Stato, delle Regioni, della pubblica amministrazione più in generale, del futuro industriale, del rapporto con i lavoratori dipendenti e di quelli autonomi, dell’immigrazione già più che incipiente all’epoca, il tutto riassumibile in un progetto politico (con qualche grammo di utopia) per offrire agli italiani la visione del Paese visto da sinistra, dalla parte dei progressisti, alternativa a quella della destra.

La stessa confusione mediatica si sta riproponendo con il populismo che esprimerebbe o potrebbe esprimere il governo Conte sostenuto da Lega e Movimento cinque stelle. Uso il condizionale per non “regalare” una posizione di rendita ad un governo figlio di una legge elettorale pasticciata e pasticciona, inedito, di cui non si conosce nulla, se non una inevitabile autoreferenzialità vivificata quotidianamente dal leit motiv (in servizio permanente effettivo) di essere stato votato dagli italiani. Considerazione vera e falsa allo stesso tempo, perché chi ha votato per il centro destra  lo ha fatto con la quasi certezza di un governo che riflettesse quell’orientamento, fidandosi sulla parola, sul patto non scritto con i suoi leader, da Matteo Salvini a Silvio Berlusconi a Giorgia Meloni. Ragionamento fotocopia che si applica al Movimento cinque stelle.

Quel patto è stato dunque disatteso e non è una novità irrilevante nel rapporto con gli elettori che d’ora in avanti – si è autorizzati a pensare – dovranno mettere sempre in conto l’ipotesi di un clamoroso rovesciamento delle posizioni assunte in campagna elettorale. Ne consegue, per effetto transitivo, che il voto non certifica più come in passato la fiducia accordata ad una linea politica precedentemente annunciata e discussa nelle sedi o assemblee di partito (pre-condizione fondamentale in un sistema democratico), ma ne costituisce unicamente il passpartout, il mezzo di conquista del potere, indipendentemente dalla compagnia e dagli obiettivi che ci si propone. A prima vista, un dimezzamento deliberato della volontà e della sovranità del popolo cui ci si rivolge con grande solennità e passione.

Il discorso del neo presidente del consiglio Giuseppe Conte sotto questo profilo è importante per cercare di stabilire se le vene di populismo che lo stesso presidente del consiglio rivendica e teorizza per il suo governo coincida con l’essenza. Si è populisti, c’è da domandarsi, per il numero di volte in cui si pronuncia la parola cittadini e se il pensiero si concentra unicamente sui bisogni individuali, e la loro possibilità di essere da terzi, marginalizzando quelli collettivi che esprimono il senso di comunità in una società che si regge sulla mediazione proprio tra tutti i cittadini, tra le categorie sociali, tra interessi a volte antitetici? Perché se lo si è, populisti, per la ricerca esasperata delle ragioni individuali e della loro soddisfazione, significa considerare il cittadino fermo allo stato dello svezzamento (causato dalla decadenza delle classi politiche che fin qui hanno governato) e dell’accudimento necessario per stabilizzarlo in un processo di crescita. Trascurando il dettaglio, non secondario, che l’Italia è una nazione adulta e rimane ancora l’ottava potenza industriale del pianeta.

Che sia il prezzo da pagare per farsi comprendere da tutti? Peccato che abbia come effetto collaterale l’abbassamento dell’asticella intellettuale e culturale. E il metodo di comunicazione non spieghi come, superato lo stadio dello svezzamento, il cittadino cui si rivolge il presidente Conte possa cambiare marcia per raggiungere chi da tempo sa pedalare, chi guida l’automobile, chi ha un mestiere e vuole lavorare, che si è costruito un solido status sociale, chi rivendica una visione comunitaria dell’esistenza.

Ora, è in questa contraddizione della politica al potere M5S e Lega, in questa divaricazione anche di ideali, che sul piano etico può diventare esplosiva, le anime della sinistra hanno la possibilità di ritrovarsi, di ricostruire una forza di contrasto, anche morale. All’interno di una grave crisi di identità, comprovata dal 4 marzo, per i progressisti, per il Pd e per quanti sono disponibili ad un cartello elettorale, come suggerisce Chiamparino, lo strumento per raggiungere l’unità d’intenti non potrà però essere sic e simpliciter il progetto, immaginato come collante e dunque cerniera dell’operazione. Il vero nodo, mai come in questa fase, semmai è l’individuazione degli uomini cui saranno demandati il rinnovamento e la scelta dei mezzi per tradurre concretamente ciò che potrebbe rimanere allo stato gassoso o un’astrazione.

E per fare questo, sarà doloroso, ma indispensabile, allungare lo sguardo oltre la siepe, per cercare di non posarlo sui soliti noti, che per una coazione a ripetere si ritrovano da una stagione intramontabile in posizioni intercambiabili nelle vittorie come nelle sconfitte, alimentando paradossalmente quell’individualismo esasperato che si dice di voler combattere.