Chi avesse avuto modo di assistere ad uno degli spettacoli della compagnia teatrale “assaiAsai”  ha conosciuto sicuramente anche la sua regista-autrice-animatrice Paola Cereda: psicologa laureata a Torino (tesi in umorismo ebraico) e poi viaggiatrice instancabile e con esperienze teatrali in Egitto e soprattutto Argentina, dove ha messo a frutto gli insegnamenti della scuola teatrale di Moni Ovadia in spettacoli di teatro sociale. La sua attitudine  curiosa  di popoli paesi e persone la ha poi messa a disposizione appunto di ASAI, una storica Associazione di Animazione Interculturale ( vedere al sito: www.asai.it) che da anni svolge una preziosissima attività di sostegno ai processi di integrazione di chi arriva a Torino dai più diversi Paesi: sportello lavoro, corsi di italiano e sostegno scolastico, volontariato e attività extrascolastiche, fra le quali musica, danza e appunto teatro.

Da quando la brianzola Cereda, ormai torinese di adozione, ha preso in mano il gruppo teatrale, attualmente composto da una cinquantina di giovani, italiani e non, compresi un gruppo di ragazzi affetti da varie disabilità , vi ha immesso oltre che la propria esperienza professionale, una carica energetica e di entusiasmo  orientata alla conoscenza e alla accoglienza delle diversità culturali ed etniche e alle relative problematiche sociali che si generano.

Lo si percepisce in modo assolutamente palpabile nell’assistere ad ogni loro nuova rappresentazione (mediamente una nuova produzione all’anno): la nascita di ogni spettacolo è un work in progress cui partecipano i giovani attori e lo staff della regista che, individuato un tema di interesse sociale e collettivo, lo elabora assieme al gruppo con idee, narrazioni e ricerche anche sul campo, nei quartieri e nelle organizzazioni volontaristiche, per poi trasformarlo in un copione che diventa spettacolo con una cura e una qualità complessiva che sta catturando molta attenzione e consensi crescenti anche fuori dal circuito ristretto di Torino, come dimostrato dalla tournée in preparazione in centro Italia dopo le esibizioni al Teatro Astra e al Gobetti (lunedì 25 marzo) E, a loro maggior merito, sono spettacoli nei quali l’impegno derivante dalle tematiche proposte, è declinato con leggerezza ed umorismo e non solo con contenuti di forte denuncia e  preciso schieramento ideologico. Come dimostra abbondantemente  lo spettacolo attualmente proposto: “BRICKS” cioè “mattoni”, un lavoro che ha visto impegnata la compagnia per parecchi mesi nell’individuare e ragionare su tutti i muri che stanno dividendo popoli e persone in giro per il mondo, ma anche sui muri e sulle barriere che, a livello individuale, mentale e psicologico, è necessario superare per diventare adulti consapevoli e con una propria matura identità.

A questo punto vi chiederete certamente cosa c’entra tutto questo con una rubrica di recensioni letterarie: la premessa di cui  sopra è funzionale a  illuminare la personalità e specificità di Paola Cereda come scrittrice di crescente visibilità letteraria. Dopo i precedenti  e apprezzati “Della vita di Alfredo” “Se chiedi al vento di restare” , “Le tre notti dell’abbondanza” e “Confessioni audaci di un ballerino di liscio”, la sua ultima fatica, “Quella metà di noi”, appena uscita  con Giulio Perrone Editore, è stata selezionata fra le 12 opere in concorso al Premio Strega 2019 e, non casualmente, è una storia che nasce dal quartiere Barriera di Milano e su temi certamente contigui allo spettacolo sopra ricordato.

Lì, in Barriera, via Scarlatti, ci vive la protagonista Matilde , ex-insegnante, da molti anni vedova, e pensionata ormai ultrasessantenne, che decide ad un certo punto di fare la badante di un altro pensionato, l’ingegnere ex-Fiat Giacomo, accudito (malamente) dalla moglie Laura e da una domestica rumena. Ma perché lo fa, nonostante una buona pensione, si domanda perplessa la figlia Emanuela? È il segreto che la narrazione ci svelerà assieme agli altri segreti che riguardano un po’ tutti i protagonisti  principali della vicenda, che si concentra non tanto su uno  sviluppo drammaturgico della storia, ben definito già fin dall’inizio del racconto e posto quasi a premessa, quanto dell’approfondimento delle relazioni e delle dinamiche che si innescano fra le persone e la situazione data: relazioni di cura  e relazioni personali, perché Matilde ha una figlia che le chiede prepotentemente di essere aiutata economicamente (e che nell’incipit durissimo le dice “Tu esisti per soddisfare i miei bisogni, per vivere una vita secondaria: È a questo che servono le madri.”)

All’autrice interessa soprattutto  raccontarci  delle dipendenze e dei disagi che si manifestano nelle relazioni di accudimento, non solo quelle fra ammalato e badante  ma anche in quelle affettive o parentali con il risvolto quasi intollerabile nella dipendenza economica: il conflitto con la figlia, che si estende  alla nipote attenta solo al dono che deve ricevere dalla nonna ne è l’aspetto paradigmatico, assieme alla complicità emotiva ed accudente che lega Matilde e il suo assistito, afflitto da una moglie che non ama ma che nello stesso tempo si è vista il suo tempo “rubato” da un marito a lungo lontano da Torino per lavoro e  che lei ha vanamente compensato con un vizio segreto, risarcitorio della sua frustrazione e che le è addirittura rimproverato da Dora, la domestica rumena  preoccupata di essere vittima a sua volta delle debolezze della sua padrona.

L’autrice ci conduce in questa materia impegnativa con lo stesso registro lieve e allo stesso tempo significante con cui riesce a impostare i suoi lavori teatrali: una scrittura fluida, spesso liricamente volta ad individuare bellezza e  poesia anche negli aspetti umili e marginali della vita quotidiana e delle persone afflitte dai disastri della loro condizione, un registro di scrittura ben sperimentato nei lavori precedenti e che è diventato uno stile riconoscibile e personale, insomma un marchio di fabbrica teatrale e letterario.

Siamo così accompagnati, seguendo Matilde, a ripercorrere luoghi e situazioni che la Cereda ha imparato a conoscere e amare nella sua attività di operatrice culturale e che certamente riconosciamo nelle figure anche di contorno alla sua protagonista. E sono ritratti gustosi e teneri quelli dei vicini di casa un po’ fuori di testa di Matilde, della ormai famosa “piazza Cerignola” (ex- Foroni) in Barriera, dove le specialità baresi sono proposte ora  da africani e asiatici, dei viaggi di Matilde sul mitico tram 4 per andare in centro dove lavora, nella casa austera ed elegante dell’ingegnere in via Madama Cristina o in via Monte di Pietà a conoscere l’umiliazione di gioielli dati in pegno o ancora  i raduni delle badanti straniere che si lamentano della concorrenza delle italiane! Un ribaltamento paradossale delle realtà sociali di cui discutiamo quotidianamente e che Cereda ha utilizzato anche in uno splendido spettacolo precedente in cui un gruppo di migranti italiani  in cerca di lavoro veniva respinto dal Marocco.

E alla fine, per tornare al tema dei muri, nel cortocircuito spettacolo teatrale e libro, dopo lo svelamento di tutti i grandi e piccoli segreti disseminati nella narrazione, senza ovviamente anticipare nulla per non guastare la lettura di un libro leggero e profondo allo stesso tempo, il muro più difficile da superare è proprio quello che Matilde trova fra la figlia e se stessa, incapace di raccontarle una verità dolorosa e umiliante ma allo stesso tempo così vitale e importante per lei  perché tutti viviamo momenti e relazioni  che ci aiutano a immaginare altre possibilità di vita  e forse, spesso, questi diventano  solo ricordi o verità  che non possiamo condividere perché un po’ ci proteggono e un po’ ci fanno vergognare e son quella metà di noi che deve rimanere segreta, anche davanti ad una figlia che chiede aiuto.