Cattivi pensieri. Al calar delle tenebre, come da copione criminale, l’Apocalisse nazista si nascose dietro l’innocenza di un provvedimento amministrativo che contemplava ovviamente la sanzione, però di un tipo particolare: anziché la multa, zingari, persone affette da ritardi mentali e avversari politici del camerata Hitler (comunisti, sindacalisti, uomini di fede religiosa) furono invitati a saldare i loro debiti con il trasferimento in luoghi ameni e riposanti (persino troppo, si sarebbe scoperto anni dopo),  appositamente concepiti dagli architetti di regime. Il mondo li avrebbe conosciuti con il nome di lager, un universo concentrazionario per realizzare il delirio nazista della “soluzione finale” contro gli ebrei.

Quando cominciò l’Apocalisse i cittadini non si chiesero dov’erano finiti gli accattoni, i derelitti, il vicino di casa, il prete della propria chiesa di riferimento. Erano talmente felici e soddisfatti di passeggiare sicuri per le loro strade, di non doversi sobbarcare l’onere emotivo e olfattivo alla vista dei più sfortunati, di non ritrovarsi in fabbrica a contatto con i cosiddetti “sovversivi”, dal non dover subire prediche compromettenti, da non avanzare domande imbarazzanti pur di non ricevere inquietanti risposte. Tutto questo avvenne alla metà degli anni Trenta. Nella seconda metà di quel decennio fu chiaro che i nazisti, muovendosi in un oceano di bugie per celare i loro reali fini, avevano deciso di prendersi il mondo intero, sfruttando anche la pavidità di chi volevano schiavizzare o dominare.

Mesi fa, il ministro dell’Interno Matteo Salvini, numero uno della Lega, ha avanzato la proposta di censire i rom. La reazione di una parte del Paese lo ha costretto a battere in ritirata, così come anni prima aveva costretto a più miti consigli l’allora ministro Roberto Maroni, all’epoca uno dei papaveri della Lega Nord, quella della truffa ai danni dello Stato. L’uomo che amava percuotere la batteria si era messo in testa di suonare alla porta dei rom per schedarli e, per non lasciare nulla al caso, di cominciare con le impronte digitali dei loro bimbi, forse con il proposito generoso di agevolare il lavoro di governi futuri della sua stessa ditta anche se con nome diverso.

Nei prossimi giorni, il primo ministro ungherese Viktor Orban, diventato il leader indiscusso del gruppo di Visegrad con cui un giorno sì e un altro ancora attenta all’unità dell’Unione Europea, sarà ascoltato dal Parlamento di Bruxelles. Orban, rieletto per tre volte dal popolo ungherese, dunque più che mai nel pieno della tanto reclamata sovranità, è accusato di non aver del tutto chiaro il senso dello stato di diritto. In realtà Orban, che d’istinto ha subito imposto la censura alla stampa del suo Paese, non ha mai nascosto quali sono le sue vere intenzioni rispetto al parlamento europeo che considera soltanto un optional, al pari della sua stessa assemblea legislativa, che gode ancora di uno straordinario diritto: votare ciò che Orban vuole. In linea di coerenza, il primo ministro ungherese è uno di quei partigiani, insieme con i suoi amiconi della Lega di Visegrad, polacchi, slovacchi e della Repubblica ceca, che giura sull’inutilità (momentanea, sia chiaro) della democrazia, affetta dal virus del degrado, per cui non vi può essere cura migliore di sospenderla. E perché no, magari di farla svagare un po’ in quei posti così cari ai nazisti.