di Moreno D’Angelo

Game over. Con la richiesta psichiatrica presentata nei confronti di Marco Accetti, il discusso supertestimone e telefonista della fazione che avrebbe rapito nel 1983 la cittadina vaticana Emanuela Orlandi, dopo la recente archiviazione decisa  dal Gip su richiesta del procuratore Giuseppe Pignatore ora è concreto il  rischio che si metta la parola fine alla ricerca di una verità su un caso che ha  coinvolto  Vaticano, banda della Magliana, servizi segreti  e la figura  di Ali Agca in uno dei periodi più torbidi e travagliati del novecento, (Calvi, P2, Ior di Marcinkus).

I fatti che hanno amareggiato i tanti  mobilitati e che non si sono mai arresi al  silenzio su questa vicenda sono legati, oltre che  all’inattesa archiviazione del caso, al modo con sui è stata diffusa la notizia sulla inutilità della prova regina rappresentata dal flauto di Emanuela fatto trovare  dal discusso fotografo Marco Fassoni Accetti. Discusso e funambolico personaggio,  autoaccusatosi della partecipazione al rapimento della ragazza come esponente della fazione vaticana detta “Il ganglio” che contrastava, senza esclusioni di colpi, la politica anticomunista di papa Wojtyla. Un personaggio  controverso che  ma che indubbie stranesse e possibili tentativi di depistaggio  ha comunque dimostrato di conoscere  elementi importanti  non potendosi escludere che sia stato lui il telefonista a caso Orlandi in Vaticano e alle redazioni dei giornali.

La ferrea volontà di Pietro Orlandi (cittadino vaticano), fratello della “ragazza con la fascetta” e dei parenti di Mirella Gregori, l’altra ragazza sparita nello stesso contesto, e di molti , che attraverso i comitati di solidarietà  hanno animato tante iniziative per non dimenticare, ora deve fare i conti con questa amara realtà, che toglie verve  all’impegno di figure  come al giornalista  Fabrizio Peronaci  che su questa vicenda ha scritto due libri impegnandosi in prima persona a fianco dei parenti delle ragazze e che ora pensa di “staccare la spina”,  Peronaci ha preso carta e penna e ha scritto una lettera aperta a Pietro Orlandi intitolata “l’indignazione è una passione forte”: «Desidero esprimerti tutto il mio dolore e lo sconcerto per la condotta delle istituzioni e del mondo dell’informazione sulla vicenda». Di fatto, dopo tanti anni di battaglie e speranze, si tratta di  una ammissione di resa di fronte a un ganglio che coinvolge  vertici vaticani e istituzioni italiane, il cui imperativo è stato uno:  : non parlare del caso Orlandi.

La forte opera di sensibilizzazione e di impegno dei comitati sorti per avere giustizia e verità su Emanuela Orlandi e Mirella Gregori hanno fatto si che anche pochi giorni fa,  in un teatro stracolmo a Roma,. si sia svolta una giornata evento in cui si è fatto il punto, con forte  pathos e una dominante amarezza, con magistrati, giornalisti, e parenti delle due ragazze scomparse. Anche in questa occasione  si è fortemente stigmatizzato il fatto che il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo sia stato indotto ad abbandonare le indagini  che tanto facevano sperare nell’apertura di un dibattimento.
Sulla disillusione per quanto è avvenuto riprendiamo uno  stralcio della lettera aperta di Peronaci a Pietro Orlandi: «Per la prima volta dopo 33 anni le prove sulla responsabilità del rapimento (e dell’ipotizzata successiva morte) di tua sorella e della coetanea Mirella Gregori si sarebbero potute approfondire e formare in un’aula di giustizia, pubblicamente e in modo trasparente, tramite il libero contraddittorio tra le parti, come previsto da un sistema democratico.
Ebbene, tale prospettiva era troppo pericolosa, per ciò che avrebbe fatto emergere e svelato. Il sistema nel suo complesso (statuale, politico, giudiziario, mediatico), in un Paese a sovranità limitata come l’Italia, non ha avuto il coraggio di fare fino in fondo i conti con il proprio passato, l’orribile tempo delle trame, delle logge e dei segreti di Stato che, negli anni Ottanta del secolo scorso, fece da cornice alla scomparsa di tua sorella.
Processare Marco Accetti e gli altri 5 indagati, a prescindere dall’esito sulla loro posizione individuale, avrebbe comportato la riscrittura di un pezzo ancora inesplorato di storia, legato ad alcune tra le vicende più oscure del Novecento: l’attentato a Wojtyla, l’appoggio vaticano a Solidarnosc, l’uso politico di Agca nell’ambito della Guerra Fredda, l’omicidio di Calvi, le malversazioni di Marcinkus allo Ior, il successivo provvedimento di grazia allo stesso Agca».

Pietro Orlandi ha fatto tra l’altro notare una palese incongruenza: «Non si capisce per quale motivo sia stato accusato di calunnia e autocalunnia e la Minardi no. Anche l’ex amante di De Pedis si è attribuito un ruolo nel sequestro di mia sorella e accusando alcuni elementi della banda della Magliana ma inspiegabilmente sono stati usati due pesi e due misure».