di Moreno D’Angelo

Perché è stato sempre ignorato quanto emerge da una agenzia Ansa nel 1984, in cui il Costa Rica si impegnava ad accogliere Alì Agca, il “lupo grigio” che attentò a Papa Wojtyla? E’ vero che fu fatto credere ad Agca che Emanuela Orlandi era stata rapita per favorire la sua scarcerazione o, in alternativa, la sua estradizione?

La telefonata del turco che attentò a Wojtyla, nel corso della trasmissione “Chi l’ha visto?”,  ha riacceso i riflettori su uno dei casi più misteriosi e controversi del dopoguerra. Qualcuno, come il giornalista Fabrizio Peronaci, autore di due libri sulla vicenda, ha fatto notare che sarebbe stato meglio non liquidare in tv l’intervento a sorpresa del  “lupo grigio”, che aveva iniziato a rivelare particolari riscontrabili proprio su questa trattativa: «Agca – afferma l’autore de “Il Ganglio” – stava per dare una traccia significativa, prima di essere interrotto. Non lo difendo, sia chiaro. Sostengo solo che dalle dichiarazioni del turco andrebbe estrapolato quanto di utile possa condurre all’accertamento della verità, ammesso che  la si voglia raggiungere davvero». Peronaci aggiunge un sottile distinguo: «Agca ha affermato che Emanuela fu rapita per favorire la sua liberazione, e ho motivo di ritenere che sia in buona fede: la verità però è un’altra. Fu una falsa promessa, lo illusero. Nessuno pensava davvero di poter scarcerare un criminale del genere, ovvio! Erano passati solo due anni dall’attentato! Al turco, piuttosto, fu fatto credere che sarebbe uscito di galera grazie al ricatto attuato con il sequestro Orlandi, a condizione che ritrattasse le accuse di complicità al mondo dell’Est. Era questa la vera posta in palio. E infatti, guarda caso, il 28 giugno 1983, sei giorni dopo la scomparsa della ragazza, Agca ritrattò, facendo crollare la pista bulgara».

Nel corso della trasmissione Agca, invece di farneticare, con voce ferma aveva riferito che «ad agosto 1984 la Cia mandò una lettera all’Ansa dicendo che dovevo essere trasferito a Panama o in Costa Rica ai domiciliari».

Tale nota Ansa esiste ed è datata, come detto, 24 agosto 1984. Un impegno di questo tipo da parte di uno Stato, ai massimi livelli, apre più che un sospetto sull’esistenza di una trattativa segreta, in quanto mostra che i vertici delle istituzioni italiane e vaticane avevano preso sul serio i rapitori della Orlandi, il cui potere di ricatto era evidentemente alto. E’ una circostanza nuova, che sembra confermare la lettura “politica” del fatto. Ipotesi d’altronde già evidenziata dalla ritrattazione di Agca delle accuse mosse ai servizi segreti bulgari come mandanti dell’attentato in Vaticano subito dopo che Emanuela sparì.

Abbiamo domandato a Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela, presente alla trasmissione su Rai3, se si aspettasse qualche svolta da quella telefonata: «Non mi aspetto ormai molto da Agca. Si tratta di una verità troppo complessa che non avrebbe certo potuto svelare in pochi minuti in tv». E ha aggiunto: «Quando lo incontrai a Istanbul avevo la sensazione che potesse davvero fornire prove e soprattutto potesse aiutarci a ritrovare mia sorella. Pensavo fosse in buona fede quando mi disse che nel caso erano coinvolti Vaticano, Cia e Banda della Magliana e che mi avrebbe aiutato per Emanuela. Forse ha ricevuto delle indicazioni o pressioni in carcere. Ma da chi?»

Il fratello di Emanuela ritiene che l’uscita di Agca con il suo accenno alla trattativa con il Costa Rica non sia stata positiva in quanto” ha fatto finire in secondo piano un’altra verità emersa in trasmissione, cioè il modo con cui la vedova di De Pedis aveva ricevuto in Procura la rassicurazione che “si sarebbe archiviato tutto”. Orlandi sottolinea come continui ricevere insulti dalla vedova del boss della banda della Magliana e da persone a lei vicine e sconsolato ammette: «Mi aspettavo che invece di privilegiare l’imbarazzante rapporto con la De Pedis, la Procura avrebbe dato più attenzione ai familiari della ragazza scomparsa».

Dopo l’archiviazione del caso, confermata dalla Cassazione, sono in molti a porre dubbi sulle “stranezze” che caratterizzano una vicenda che dura da 33 anni e sulla volontà di non arrivare alla verità.  Questo a partire dalle rogatorie negate dal Vaticano, che hanno impedito  l’ascolto di alcuni autorevoli porporati e l’accesso alle  telefonate con i rapitori giunte addirittura attraverso un apposito codice di accesso (il famoso 158) concordato con la Santa Sede. «C’è la volontà  – afferma Pietro Orlandi – di mettere una pietra sopra a tutto, ma noi questo macigno lo toglieremo sempre». E ci svela un ulteriore dettaglio: «Non ho più avuto modo di incontrare il procuratore Giuseppe Pignatone (dal marzo 2012 a capo della Procura della Repubblica di Roma, ndr), ma ricordo che l’ultima volta che sono andato dal suo ufficio stava uscendo Maurilio Prioreschi, l’avvocato della De Pedis.  Certo, si possono incontrare tutte le parti, ci mancherebbe, ma mi è sembrato comunque strano». Orlandi, puntando il dito contro Piazzale Clodio, si chiede: «Non è altrettanto strano che il capo della Squadra mobile romana Rizzi e il funzionario Petrocca, particolarmente coinvolti da anni nelle indagini sul rapimento, furono allontanati dopo l’arrivo del nuovo procuratore?».

Quanto alle speranze di riapertura del caso, il fratello di Emanuela, più che pensare di ricorrere alla giustizia internazionale (Corte europea dei diritti dell’uomo), spera negli sviluppi del processo a Marco Fassoni Accetti, l’enigmatico fotografo che si è autoaccusato del rapimento, fornendo numerosi elementi di conoscenza e affermando di essere stato all’epoca ingaggiato da una fazione impegnata a contrastare la politica anticomunista di Wojtyla.  «Mi auguro – dice Orlandi –  che dal processo ad Accetti per calunnia e autocalunnia possa emergere qualcosa». Anche se lo stesso fotografo, quando si incontrarono nel 2013, gli confessò: «Io tutta  la verità non la posso raccontare».

In conclusione il fratello di Emanuela dimostra grande umanità, dichiarandosi  fortunato: «Io almeno posso lottare, andare in tv e ricevere solidarietà. La mia tenacia vuole essere anche uno stimolo per tante persone che soffrono simili ingiustizie in silenzio e di cui in qualche modo mi sento portavoce». Pietro continua a credere che Emanuela sia viva (anche se Papa Francesco appena eletto disse a lui e ai suoi familiari che “è andata in cielo”) e vuole andare fino in fondo nella sua lotta di verità e giustizia, appoggiata da comitati che coinvolgono migliaia di cittadini: «Sono convinto che tanti sappiano la verità in Vaticano e anche fuori. Mi chiedo come  costoro non sentano un peso sulla coscienza».