Sandro Pertini, il presidente-partigiano amatissimo dagli italiani, quel maledetto 1983 era quasi alla fine del suo mandato. Seguì la vicenda delle quindicenni sparite con trasporto e dolore. E, fin da subito, tramite contatti riservatissimi, venne a conoscenza della portata politica internazionale del sequestro Orlandi-Gregori al punto che, con una delicata trattativa realizzata attraverso un “dialogo” in codice con i rapitori, tentò di scongiurare il peggio: che le ragazze non tornassero a casa. Cosa che poi, purtroppo, è avvenuta.

Sembra incredibile, ma è così.  Grazie alla scoperta e alla rilettura di indizi colpevolmente trascurati oggi, a 35 anni di distanza, si stanno aprendo sviluppi di rilievo sul giallo di Emanuela Orlandi, la giovane cittadina vaticana sparita il 22 giugno 1983, e di Mirella Gregori, la coetanea romana svanita nel nulla il 7 maggio di quello stesso anno.  La pista dei codici che sembrava astratta e un po’ surreale offre infatti nuove chiavi e precise indicazioni per capire come mai papa Wojtyla e il presidente Pertini rivolsero accorati appelli ai rapitori in giorni precisi. Sono due, in particolare, le prove-cardine affiorate nelle ultime ore.

La prima è stata rintracciata da “Nuova Società”: si tratta di una ritaglio del giornale torinese, “La Stampa”, del 3 agosto 1983, quindi un mese e mezzo dopo il mancato ritorno a casa della Orlandi. La novità è innanzitutto nel titolo (“Con Emanuela è scomparsa un’altra sedicenne romana”): per la prima volta i mass media danno notizia di una seconda ragazza sparita, Mirella, appunto. Poi, leggendo l’articolo, è al secondo capoverso che si scopre qualcosa di notevole e significativo a fini di indagini.

A proposito del caso Gregori appena svelato, il cronista de “La Stampa” ricordò infatti al lettore, come fosse normale, che “il capo dello Stato il 29 giugno ha scritto una lettera alla madre di Mirella”, concludendo con queste parole: “Le posso assicurare che non ho mancato di dare disposizioni affinché nulla venga lasciato intentato al fine di risolvere positivamente il caso di sua figlia. Con cordiali sentimenti, Sandro Pertini”.

La novità, per chi conosce il caso, è clamorosa: Il 29 giugno, una settimana dopo la scomparsa della Orlandi, la notizia della sparizione di Mirella non era ancora stata resa pubblica eppure il presidente della Repubblica aveva già scritto una commovente lettera alla famiglia. Cosa può dimostrare ciò? Qualcosa di inequivocabile e, ripetiamo, molto sorprendente: che il Quirinale, tramite contatti rimasti segreti, fin dalle primissime settimane (la Gregori sparì il 7 maggio) dovette ricevere prove molto preoccupanti, da prendere sul serio, sulla reale portata del ricatto al Vaticano scatenata dal doppio sequestro.

La seconda prova a supporto della pista politica legata alle tensioni della Guerra Fredda è stata invece recuperata (e spiegata nei suoi sorprendenti risvolti) dal giornalista del Corriere della Sera, Fabrizio Peronaci, che sul caso Orlandi ha scritto due libri (“Mia sorella Emanuela”, con il fratello Pietro, e “Il Ganglio”). Si tratta dell’appello lanciato da Pertini il 20 ottobre 1983 tramite una intervista “rivelatrice” nella quale, dopo aver genericamente parlato della criminalità organizzata, il capo dello Stato fa un cenno alla vicenda Gregori. Ecco come Peronaci, nel gruppo Fb “Giornalismo Investigativo” da lui fondato, spiega l’accaduto: «In quel fine estate-inizio autunno la figura di Mirella balzò in primo piano in quanto i rapitori fecero pervenire alla famiglia una lettera che precisava gli indumenti indossati dalla ragazza e soprattutto per il coinvolgimento personale di Pertini, che il 20 ottobre lanciò un toccante appello ai sequestratori (“un raggio di pietà illumini il loro animo”) attraverso l’agenzia Ansa».

Il testo è allegato e in effetti colpisce la stranezza di una intervista in cui si parla d’altro e all’improvviso si tocca l’argomento Gregori: la sensazione è quella di una “concessione” di Pertini ai rapitori, dopo trattative evidentemente riservate. «Ma perché – si chiede Peronaci – il Quirinale si sbilanciò tanto? Fu un fatto inaudito. Un capo dello Stato solitamente non si espone per una delle centinaia di ragazze che spariscono. Già, come spiegarlo? Forse perché, tramite canali privati, Pertini aveva avuto la prova delle pessime intenzioni dei rapitori, specificamente sulla Gregori, e il suo fu un estremo e disperato tentativo di salvare la ragazza? Più che altamente probabile – conclude il giornalista e scrittore – Lo si può dare per certo. La logica dei fatti e degli incastri, stavolta, appare solida, granitica».

La rilettura del senso di alcuni codici criptati presenti nelle comunicazioni dei rapitori, d’altronde, oggi si fonda non solo sulle ammissioni dell’ex indagato e reo confesso Marco Accetti ma anche su un contributo nuovo: un anziano prelato che sta fornendo indicazioni preziose per capire come andarono le cose e quali logiche le animarono. Alla luce di ciò, il gruppo Fb “Giornalismo Investigativo” nei giorni scorsi ha auspicato che l’inchiesta Orlandi-Gregori, archiviata tra le polemiche nel 2016 dal procuratore Pignatone, possa essere presto riaperta.

Proprio l’impegno e le ricerche indomite del giornalista, che ha sempre propugnato la tesi internazionale (ampiamente motivata nel libro “Il Ganglio”), sta consentendo di aprire nuove chiavi di lettura che potrebbero fornire fondamentali elementi per capire perché e chi fu responsabile della sparizione di due quindicenni in uno dei periodi più torbidi della storia della nostra Repubblica. Anni caratterizzati dalle infiltrazioni della loggia P2, dallo Ior di Marcinkus e dal crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, dalla Banda della Magliana e dai servizi segreti deviati, nonché da altissime tensioni politico-sociali.

Il contesto che sta venendo alla luce, insomma, farebbe da sfondo a una spregiudicata azione di ricatto con finalità politiche: i rapimenti servirono a operare pressioni sul Vaticano (attraverso la Orlandi) e su Pertini (attraverso Mirella Gregori) per indurre il Lupo grigio Alì Agca a ritrattare le sue accuse ai bulgari come mandanti dell’attentato a Papa Wojtyla (cosa che puntualmente avvenne) e, in parallelo, per mettere sotto scacco la Santa Sede in relazione allo scandalo dell’enorme flusso di danaro di dubbia provenienza (mafia) diretto al sindacato Solidarnosc.

Uno scenario che animò una lotta feroce Oltretevere tra chi intendeva contrastare e chi voleva mantenere aperta l’ostpolitik e che oggi si spera una volta per tutte di svelare grazie ai monsignori che hanno finora taciuto e sarebbero sul punto di raccontare tutto, alla loro veneranda età, in preda al rimorso e al senso di colpa dopo decenni di reticenza e omertà.

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